Di tutto il pezzo prima, Rolling stones e il successo londinese, so poco, troppo presto. Io la incontrai dopo, comprando gli LP di Broken English del 1978, A Child’s Adventure del 1983, Strange Weather del 1987, al cui tour si riferisce la foto qui sotto. Tutti bellissimi, in cui oltre a tutto il suo apporto nella scrittura fu fondamentale, è lì che mi ci sono affezionato.
(Rita Barros/Getty Images)
Fece anche l’attrice lungo tutta la carriera, cinema e teatro, anche qui io la ricordo per Irina Palm, mica banale prestarsi a un ruolo del genere. Molto inglese, poteva trasformarsi agevolmente in donna sofisticata e casalinga sciupata, andata e ritorno. «Ho abbandonato la scuola e sono diventata una cantante pop. Che non era quello che pensavo di fare nella vita. Avevo altri progetti. Iscrivermi a una buona università, Oxford, o magari Stanford in California. Volevo studiare letteratura inglese, filosofia e religioni comparate. Ma non era il mio destino. Invece di andare all’università sono entrata in studio di registrazione, e ho fatto As Tears Go By». Già, è proprio come è andata. I dischi però restano.
Anche il 28. Il compagno Stjepan Filipović pochi istanti prima della sua esecuzione a Valjevo da parte dei nazisti il 22 maggio 1942 mentre gridava: «Morte al fascismo, libertà per il popolo!», «Smrt fašizmu, sloboda narodu!».
Non sfugga quella che sembrerebbe a tutti gli effetti una corda da pianoforte. Maledetti nazisti, anche questa.
Cinquant’anni fa avvenne la magia, il Köln Concert di Keith Jarrett.
Era tutto sbagliato, il piano, l’atmosfera, l’umore, la sala, la strumentazione, il pubblico eppure – o forse proprio per quello – ne uscì l’improvvisazione più clamorosa della storia delle registrazioni jazz. E comincia riprendendo il gingle degli annunci del teatro, per dire. Divenne l’album per pianoforte più venduto di tutti i tempi. «Le migliori improvvisazioni sono quelle che vengono quando non ho nessuna idea», diceva Jarrett, viva la mente sgombra del lui ventinovenne. Scrive Ricciarda Belgiojoso sul domenicale: “Trovò ispirazione nella melodietta con cui il teatro annuncia l’inizio dei concerti, il pubblico ne ridacchiò e iniziò un flusso inarrestabile di groove e vamp, ostinati di lunghi minuti su un solo accordo o un paio di armonie alternate, sonorità modali e moti swingati, idiomi blues e gospel ma anche classici e debussiani. Evitò i registri più deboli, gli acuti, i gravi e diversi tasti neri a centro tastiera, con melodie seducenti come solo lui”. E prosegue: “Come tirar fuori il meglio da una situazione di difficoltà: il Köln Concert diventò poi caso studio per le lezioni di management del «Financial Times»”. A me il disco, doppio, lo regalò il mio amico P. alla fine degli anni Ottanta e per me si spalancarono territori da esplorare di cui non sospettavo nemmeno l’esistenza. Te ne sono ancora grato, P. Se qualcuno volesse sentirmi fischiettare tutto il primo lato, vengo volentieri a domicilio la sera.
Sentirsi dire che tendere il braccio è il suo modo di esprimere affetto perché è autistico sarebbe già abbastanza. Non bastando, qualche suo rappresentante – assurda già l’accoglienza del fratello cowboy a Palazzo Chigi e in Campidoglio, pare, per spettacoli di droni – ha incontrato gli amministratori delle pagine destrorse Welcome to Favelas, prevedo tempeste di sterco a breve. Sì, più di ora. A Padova, intanto, evyrein disegna:
Belli, eh, i disegnini, per carità. Magari adesso facciamo un passo in più. Intanto, plausibile l’utilizzo del termine broligarchia per la parata di Musk, Bezos, Zuckerberg, Altman, Cook, Pichai all’insediamento del capo, ovvero il governo degli sfigati, telefonino alla mano e nerd come ripieno, i bros. Il bro italiano di Musk ha postato e poi cancellato la sua prima stronzata: “The Roman Empire is back, starting from Roman salute”.
Intanto l’altro, il più minchione di tutti che ovviamente è in carica, spara ordini a destra e sinistra, fregandosene del fatto che due terzi non saranno mai operativi, non possono: l’importante è dare l’impressione di agire e di poterlo fare perché si comanda. Vedi i profughi in Albania o il ponte qui da noi. Sono disorientato.
Se n’è andato Garth Hudson, il polistrumentista, ultimo della Band. Ora questa panchina è vuota, ci restano però i dischi, favolosi fin dalla tripletta d’esordio: 1968, Music from Big Pink; 1969, The Band; 1970, Stage Fright. Gentiluomini.
Uscita dall’OMS, uscita dagli accordi per il clima, grazia per tutti i disgraziati dell’assalto al Campidoglio, per dirne alcuni, ed è il primo giorno. Ne mancano solo 1.461, molto bene.
Con il solfrizzio invernale termina l’autunno e con esso casca la mia compila autunnale, ventottesima stagione musicale. Cinque ore e briciole che si aprono con Paul Heaton, concerto fissato e mancato a dicembre per impegni, aveva senso oltre tutto anche per I smell winter, e si conclude con quel matto di Jack Bruce, da solo.
Cinque ore è il tempo minimo che avrebbero i miei discorsi se fossi il presidente rivoluzionario di uno Stato dell’America latina ma visto che così non è, potrebbe essere il tempo necessario per ascoltare musica durante una qualsiasi breve tratta locale in treno di questi tempi salviniani nei trasporti.
Più classiconi del solito, almeno per i nomi degli autori, c’è scappata anche una canzone semiseria prenatalizia, complessivamente si fa ascoltare. Da me, almeno, con le compile è un po’ così: piacciono a chi le fa. Il segreto del successo è farle brevi, quindici pezzi, e di gran classici intramontabili, facendo quindi leva sulla pigrizia di chi non se la fa da solo o stenta a cercare e aggiungere alla coda. Tutto il contrario, dunque, di quel che faccio io. Orgogliosamente, aggiungerei, non cercando mai alcun riscontro. Quindi, chi gli va se la piglia, chi no no.
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