Ancora Dušanbe, la capitale, ci sono alcune cose che vorrei visitare e che visito: la fortezza di Hisor e le sue due madrase – sono le scuole coraniche, da tempo abbandonate o adibite a negozi dall’Unione sovietica – e il museo di Storia Nazionale, in particolare l’enorne statua del Buddha dormiente di Adjina-Tepe.
La dormienza del Buddha è in realtà uno stato complicato oltre la morte, in procinto della nuova vita spirituale. O qualcosa del genere, non capisco bene questo tipo di cose. Il museo è una raccoltona di qualsiasi cosa inerente il Tajikistan e la sua storia tranne, guarda te, la guerra civile e la transizione post-sovietica. Bravo, presidente. Non male l’arte contemporanea, in cui recepiscono alcune nostre tendenze, tipo macchiaioli, oltre a quadri di dighe, invasi e montagne di cotone. E ancora meno male la parte dei doni di stato, che ipocritamente il satrapo non può tenere per sé. O sono quelli che non gli piacevano. Pugnali, diamanti, fucili, maglie da calcio, il tutto dalla combriccola più simpatica del pianeta, Putin, Erdogan e così via. A Pechino c’è un intero museo di doni di stato, mi ero molto divertito davanti al modellino Alitalia di Craxi e ai carabinieri in ceramica di Capodimonte.
La cosa più interessante è senz’altro il (la?) Kokhi Navruz, progettata per essere la più grande casa da tè dell’Asia centrale. Casa da tè è una locuzione che non spiega, in realtà è un mummullone neobabilonese di dimensioni spropositate costruito su idea del presidente per il popolo e poi invece guarda caso usata dal presidente per ricevere i suoi amiconi dittatori.
Vabbè, si è capito. Il mosaico marmoreo del presidente che prega con la sua mamma è il momento più alto della visita, superiore alla vista del più grande pennone da bandiera del mondo, costo trentadue milioni di euro, con bandiera di sessanta metri di lunghezza. Considerato che lo stipendio di un insegnante è circa centocinquanta dollari al mese, due pensierini vengono.
Bene, dopo aver fatto scorta di pane, formaggio essiccato, acqua e banane, mi dirigo alla frontiera ovest per tornare in Uzbekistan. Dopo un’oretta di corriera, di nuovo piglio su gli stracci e attraverso a piedi, come quasi tutti. Stavolta, sia perché in uscita sia perché essendo vicina alla capitale è più informatizzata, ehm, diciamo che funziona, il processo è più semplice dell’altra volta. Le donne in coda, giovani e vecchie, si sentono autorizzate a superarmi nella fila informe, immagino perché per me la procedura è più lunga, e gli uomini a passare davanti a tutti. Dopo essermi messo di mezzo, dopo aver subito gli sguardi furbi delle donne che mi rassicurano con le mani e appena possono mi passano avanti, a un certo punto sporcono ad alta voce, tutto in italiano, non mi piglio nemmeno la briga di tradurre. Cala il silenzio e per qualche minuto, qualche, l’ordine dopo di me è rispettato per un po’. Mentre aspetto il mio turno nella terra di nessuno, incrocio in senso contrario: una donna con carretto pieno di sole bibite, immagino siano varietà che in Tajikistan non esistono; un mio coetaneo che spinge un carretto con sopra seduta un’anziana signora, immagino la madre, lo aiuto ad aprire la sbarra e mi dà uno di quei cenni del capo dritti negli occhi che dicono tutto, sono ringraziamento profondo e consapevole della comune umanità; giovani donne chiacchierine con sacchetti vari; un uomo che il carro lo tira mentre i numerosi figli spingono, sopra ci sono la madre e molto di quanto possiedono, immagino.
Scendo verso sud, a Termez città militare, l’armata rossa entrava da lì in Afghanistan, separato solo da un fiume. Vale la pena segnalare che da lì è più vicina l’India che la capitale dell’Uzbekistan, Tashkent. Per dire delle influenze e delle distanze.
È il momento di scendere verso sud e andare a Dušanbe, la capitale del Tajikistan, a trovare il presidente che ho finora visto in ogni dove, grande e piccolo, sempre con le stesse tre foto scontornate con sfondi diversi a seconda, per la serie del presidente che fa o indica cose. Sugli edifici, a lato della strada, nei campi, a fianco dei monumenti. Dušanbe sta in un angolo nel fondo del Tajikistan e confina da vicino con l’Afghanistan, circa duecento chilometri da Pakistan e India, qualcosa meno dalla Cina e dal Kirghizistan. Oltre all’Uzbekistan, sempre dietro l’angolo. Un bell’accrocchio. Poi uno dice la stabilità, qua basta tirare il pallone di là che è un casino. Telobbuco.
La corriera fa il percorso inverso dell’altro ieri e poi gira verso sud e comincia a risalire le montagne. Stavolta sono completamente brulle e rocciose, un torrentone scorre sul fondo ed è chiaramente lui che ha scavato la valle. La strada corre accanto, salendo in un modo che alcuni camion di epoca sovietica rantolano non poco. Man mano che si sale, dobbiamo arrivare a tremila, le montagne si fanno aspre, spoglie e franabbili, perché non friano, che ogni tanto si vede del fumo alzarsi e sassi volare. E un paio di volte ci fermiamo che non si sa mai. Il principio del sorpasso è quello semiuniversale: sorpassare, qualsiasi linea ci sia, e se arriva qualcuno in senso contrario sfanalare che si allargherà. Se qualcun altro avesse la stessa idea in senso contrario, qualcuno chiunque esso sia ci penserà. Questo concetto occidentale dello stare in vita a tutti i costi è davvero noioso.
Invece di andare a quattromila metri per scavallare, come hanno sempre fatto tutti i minatori e viaggiatori passati da qui, da qualche anno si può prendere una galleria a poco meno di tremila scavata grazie all’aiuto iraniano che fa risparmiare parecchio. Grazie Iran, chi l’avrebbe detto? La galleria è talmente ben fatta che è chiamata ‘tunnel della morte’, sarà perché è stretta, non c’è luce, non c’è né areazione né vie di fuga né piazzuole e l’impermeabilizzazione non è riuscita granché, cioè è allagata e piove dal soffitto e ciò nonostante dentro c’è una tempesta di polvere che i fari li si vede davvero all’ultimo. A parte questo, tutto tranquillo. Che sarà mai? In realtà mi dà qualche pensiero in più lo stridore e l’odore di strino dei freni in discesa, visto che son seduto a destra e vedo il fondovalle quattrocento metri sotto di me.
Dopo una sosta in un pitorèsco bagno in cui siamo tutti fraternamente spalla a spalla, la discesa prosegue e in un paesello di cui non ricordo il nome ma che è detto ‘la perla del Tajikistan’ vado a comprare un po’ di pane – sempre buonissimo qui -, due banane e del formaggio essiccato – eccezionale, lo butti in borsa e lo consumi dopo venti giorni, da importare -, mi scappa l’occhio e vedo due madri e due figlie che parlano sedute in riva al fiume mentre gettano sassolini. Le trovo commoventi e mi capita di scattare la foto del viaggio.
Ha un che di McCurry, se mi si passa la blasfemia. Il merito è loro.
A Dušanbe, capitale più interessante di Tashkent mi pare, vado per i luoghi notevoli, l’enorme mercato principale prima di tutto.
Il regime si esprime in grandi condomini e palazzi istituzionali lungo grandi e larghi viali, monumenti celebrativi, tutto mediamente in cemento armato ricoperto di marmi. La città è davvero verde e la ricchezza nazionale, l’acqua, usata senza parsimonia. Esiste anche un enorme giardino botanico, notevole, che dà occasione agli sposi di fare foto decenti. Altro sacchettone di frutta secca, e il mio intestino comincia a chiedere pietà, e altro giro di carnazze come di consueto. Frutta e verdura buonissime, pomodori, pesche, meloni sopra tutto. Il farabutto cetriolo regna incontrastato come sempre, da qui a Portland. Nessuno può competere con lui.
L’incredibile moneta da tre somoni che sconvolgerà ogni forma di economia tradizionale e, oserei dire, di calcolo planetario.
Mi attacco a un gruppetto di persone per andare a visitare uno dei luoghi più belli del Tajikistan: i sette laghi della valle di Shing. Serve un fuoristrada perché bisogna seguire la strada delle miniere d’oro per svariati chilometri e poi proseguire per la valle e sulle morene. Sterrata qui si intende quel tipo di strada che dopo cinque minuti lo stomaco è in gola e dopo due ore il cervello nel sedere.
I laghi sono glaciali e tra uno e l’altro è necessario scavalcare il fronte morenico, al quale la spinta del ghiacciaio non era più sufficiente e in fasi lunghe e successive il ghiaccio scavalcava. Le pareti sono ripide, a volte compatte a volte franose, e molto alte, ampiamente oltre i tremila in cima.
I colori dell’acqua sono strepitosi, a seconda del fondo, dell’inclinazione della luce, della larghezza del lago. Sulle pareti rocciose si vedono chiaramente le striature bianche delle cascate stagionali, allo scioglimento dei quattro-otto metri di neve che cadono qui.
La nostra auto, che è più un van che una jeep, sembra una barzelletta trita: un italiano, un autista e una guida tagiki, una donna russa, una coppia orientale. Fino a che la donna russa non vomita, la scossa piacevolezza della gita è stata ragionevole.
Di lago in lago, quarto, quinto, sesto, variano colori e dimensioni, saliamo verso i duemilaeotto del settimo, Hazorchashma, la temperatura è piacevole. Io ho le mie albicocche essiccate e la necessaria acqua, sempre. Oltre a qualche mucca, cane, è il regno delle capre che mantengono i rari praticelli all’inglese e quando non ce n’è più salgono sugli arbusti.
Dopo l’ultimo lago, una famiglia ci ospita in casa loro per il pranzo, tutti seduti attorno ai tappeti centrali, sui quali vi è il cibo, amarene e albicocche delle piante qui fuori, due tipi di pane cotto al forno, uno yoghurt acidino che è una favola se scarpettato, tè, zucchero in cristalli e in sfere bianche compatte.
Molte le chiacchiere con i miei compagni di viaggio, meno con i locali, ma esprimere riconoscenza è gesto umano e universale, si capisce. La famiglia sta indietro, le ragazze soprattutto, a occhi bassi, difficilmente guardano negli occhi un uomo, cattivo segno. I ragazzini sono più sfrontati, evidentemente gli è permesso. Con la donna russa è più complicato parlare, sia perché è bianca come un cencio e ha lo stomaco come un mocio, sia perché molti argomenti sono spinosi di questi tempi. Oltre al fatto che, si vede, considera queste zone come dipendenze di casa, ancora.
La esim tagika funziona. Ci ha messo due giorni, fa caldo per tutti, ma ora funziona come può funzionare qui. Che bellezza la tennologia, così posso mandare il buongiornissimo di ferragosto. Per fortuna anche oggi c’è sereno.
Vagolavo a sera per il centro di Khujand, appena sceso dalla cabinovia panoramica che attraversa fiume e centro – e tutti contro la Raggi, allora -, quando sento musica e vedo luci. Mi avvicino curioso e mi invitano a entrare e io che faccio? Entro, ovvio. Ed è un sontuoso matrimonio tagiko, mi forniscono di foulard apposito da cingere in vita, per gli uomini, e mi versano prontamente della Pepsi locale turbogasata. Ricordo che il paese è privatamente musulmano. La band suona forte, noi si balla uomini con uomini e donne con donne ma l’atmosfera è proprio divertente e spontanea, sono contenti anche di avermi lì. Che bellezza, grazie miei nuovi amici.
Il presidente, di cui devo dire poi, ha promulgato qualche anno fa una legge specifica sui matrimoni, ovvero tetto di spesa che se no poi la gente si svena e tetto di invitati a centocinquanta. Oddio, sarò io il centocinquantunesimo? Saremo tutti arrestati e giustiziati?
Il presidente Emomali Rahmon, Rahmonov all’anagrafe ma ripulito dopo il 1991, è in carica da trent’anni e criminale vero oltre alle sopracciglia brezneviane specifiche del genere. Il popolo entusiasta, certo, ha deciso alla quasi totale unanimità di conferirgli mandato a vita cambiando la costituzione e ovunque ci sono sue fotografie in cui fa cose, nella migliore tradizione dei culti della personalità. Vista la quantità di acqua nel paese, l’idea è costruire dighe ovunque, unendo al socialismo l’idroelettrificazione. Oddio, socialismo. E le dighe anche come arma di ricatto e autotutela verso i paesi confinanti, visto che la relazione diretta è con l’Iran. I paesi attorno non gradiscono, l’hanno mostrato. Comunque.
A mattina, naturalmente dopo la lettura approfondita dei giornali locali e non, piglio su i quattro stracci e vado a sud, verso Panjakent, attraverso, credo, il passo dei monti Shahriston, a circa duemilaottocento metri. Le montagne stanno assumendo quell’aspetto afghano completamente spoglio che un po’ di inquietudine mi dà. Oddio, a dire il vero a salire la valle è piuttosto verde, coltivata e anche con qualche acqua qua e là. Appena passato il valico, con tunnel cinese, invece tutto diventa brullo. E la strada spesso a strapiombo, non so se sia meglio vedere il guard rail quando c’è tutto rotto e spesso spezzato o piuttosto quando non c’è. Il novanta per cento del percorso.
Ogni tanto c’è un autogrill che vende prodotti tipici, albicocche essiccate, miele, nocciole, formaggio essiccato, palline di zucchero. Ma mica si ferma mai ’sto osti di conducente e anche se gli potessi parlare non saprei come dirglielo.
A fondovalle, all’incontro con il fiume Zeravshan, pieghiamo verso est fino a Panjakent, che è un centro antico della Sogdiana lungo il fiume, di cui vorrei vedere la città antica e, soprattutto, è la base di partenza per un posto speciale. Il fiume scorre vorticoso, grigio fango, i fianchi del letto del fiume si sfanno a vista d’occhio, formando enormi calanchi.
Qui non c’è nulla che non crolli e frani, non si capisce nemmeno come stia su. Come le dolomiti, per capirci, senza i turisti e senza la dolomia. E senza, vabbè, ci siamo capiti. Per festeggiare l’arrivo mi concedo una prelibatezza locale, il plov, nel miglior posto di Panjakent a quanto mi dicono o mi par di aver capito. Ecco cos’è il plov: riso, patate, cipolle, uvetta, carne, carote gialle condito con olio di cotone. Buonissimo. Una ragazza taiwanese a fianco a me ha la maglietta All you need is plov. Me lo portano con l’immancabile zuppetta di boh, che io per paura di pollo non tocco, con fette di anguria, uva, pomodori e cipolle. Tutto gradito. Ogni tanto si trova qualche anglofono ma è raro, altrimenti come sempre le cifre su calcolatrice o telefono o per terra, il resto a gesti. Ce la si fa, comunque.
Nonostante la giornata sia stata abbastanza lunga così, devo vedere qualcosa di storico, quindi in sequenza due siti di importanza mondiale, prima la fenomenale Sarazm – prendi la marshrutka n. 8 dal centro e ci sei – e poi l’antica Panjakent. Al tramonto, la terra diventa gialla e rossa, la golden hour, tira anche un po’ di vento e si sta bene, siamo circa a mille metri. Le pitture parietali del quinto secolo dell’antica Panjakent sono notevoli e gli originali stanno, come al solito, a San Pietroburgo. Poi fecero cinquanta e cinquanta con i russi sui ritrovamenti e adesso tutto o quasi resta qui. Al museo Rudaki capisco qualcosa di più su Avicenna e l’epoca d’oro della storia tagika. Per dare un riferimento a me vagamente noto.
Chiudo al supermercato, estasiato di fronte al banco dei biscotti sfusi: e perché è comodissimo, ne si sceglie uno di questo e due di quelli, sia perché la civiltà è superiore, da noi sarebbero tutti rotti e toccacciati.
Oltre al mercato, all’hotel Uzbekistan, all’edilizia popolare, il vertice dell’architettura e stile sovietico aggraziato con influenze asiatiche a Tashkent è la metropolitana e la stazione dei cosmonauti mi manda completamente in estasi, tra colonne di vetro, lampadari, pavimenti geometrici e ritratti di cosmonauti. Cadauno per condivisione.
Tutto posteriore al 1966, dopo il terremoto che distrusse tutta la città. La ricostruzione, in stile sovietico, allora al proprio picco, alleggerito da elementi asiatici, è un ibrido davvero piacevole a vedersi e affascinante per me, oltre che fantasioso e sorprendente.
Bando alle piacevolezze, trovo un pullmino che arriva alla frontiera tagika, in direzione Khujand, l’Alessandria Eschate di Alessandro magno. Salgo al volo e dopo poco più di un’ora di campi, case, poi deserto e le prime montagne completamente spoglie, afghane per capirci, scendo a cinquecento metri dalla frontiera. Scendo come tutti, la frontiera si fa a piedi. Cioè, la si può fare anche in auto o camion ma significa sottoporsi a ore di controlli in cui praticamente ti smontano il mezzo, in perfetto stile est-socialista dei tempi belli e il conducente della corriera col cavolo. Ci sono dei tizi che passano la giornata in una fossa nel cemento a ispezionare i mezzi da sotto. Parrebbe paranoia o dimostrazione di forza, in realtà dal Tagikistan passa il corridoio di uscita di tutto l’oppio e l’eroina afghana verso il pianeta, per cui qualche scrupolo c’è. Faccio una foto cercando di non essere giustiziato sul posto.
Sono emozionato a valicare una frontiera a piedi, è un passaggio reale e metaforico, in aereo non se ne ha più coscienza, è una cosa che non facciamo più. Dopo più di un’ora al sole davanti a un cancello chiuso, i gradi sono quaranta, e un militare di tredici anni che decide chi passa e chi no, sono ancora emozionato ma con moderazione. L’uscita dall’Uzbekistan è relativamente agevole, l’entrata in Tagikistan meno. Il militare al controllo mi fa cenno che no e va’ tu a sapere perché. Dopo un bel po’, sempre al sole fuori da una baracchetta, un altro soldato mi dice che il system is down, intende quella webcam minuscola con cui riprendono tutti i volti di chi transisce. Le condizioni si fanno difficili e gentilmente ci fanno entrare ad aspettare nella baracchetta, almeno all’ombra, tra donne tagike, bambini e qualche obeso che soffre come un cane e che ogni tanto bisogna bagnare come fosse una balena spiaggiata. No, non sono io. Non dico niente, sorrido ma cerco di incombere sullo sportello e sull’impiegato. Non c’è una sedia. Non c’è acqua e io la mia l’ho bevuta tutta e sudata. O meglio, c’è un tubo che esce dal cemento, non oso berla ma mi lavo. Ci fanno passare alla sbarra successiva senza che sia cambiato nulla e il mio passaporto ce l’ha un soldato adolescente più indietro. Non c’è nemmeno un bagno, il che griderebbe vendetta, la disidratazione è però tale che nessuno ne ha bisogno. Esperienza interessante e rispetto a quella di un profugo questa è acqua fresca, chi legifera però dovrebbe provare. Saranno passate tre ore, quasi. Sarà poi che i militari hanno mimetiche verdino bile con macchie gialle itterizia pixelate che tutto ispirano tranne che rispetto, meglio comunque tacere. Dai e dai che incombiamo, a un certo punto il soldato chiama l’assistenza informatica e in remoto qualcuno dall’altra parte muove il cursore e sblocca la situazione, passiamo. Io ho sudato tutto il sudabile, ora devo solo trovare un mezzo per Khujand.
Come ogni viaggiatore previdente, mi sono scaricato le mappe, visto che come previsto non c’è alcuna connessione. Previdente ma ignorante, perché in Tajikistan parlano sì il farsi ma la grafia ha mantenuto il cirillico, per rendere le cose ancora più divertenti. Ah, scrivono anche da destra a sinistra, per aumentare il gaudio. Ma tanto io come me ne accorgo? In qualche ora arrivo a Khujand, la maggiore città della zona, perché voglio vedere i resti della cittadella fortificata di Alessandro magno. La città è attraversata da uno dei due grandi fiumi della regione, il Syr Darya, che sarebbero anche i due maggiori affluenti del mare d’Aral, qui lo chiamano mare. Condizionale perché entrambi i fiumi sono ormai canalizzati e prosciugati per irrigazione e non arrivano più al mare che, ormai, tristemente non esiste più, essendo ora una delle più grandi catastrofi ecologiche del pianeta. Il Syr Darya però qui è ancora un fiumone e l’acqua è la più grande ricchezza del Tajikistan, il sessantacinque per cento di tutte le acque dell’Asia centrale sta qui, con buona parte del Pamir sopra i settemila metri di altitudine. Io ora sono a duemila metri ma è come se fossi nel ferrarese.
Finalmente i resti della città di Alessandro, servirono poi innumerevoli volte da baluardo contro gli invasori, tra tutti i mongoli i più terribili. Poi i sovietici ne fecero una caserma e bon, buona parte scomparve. Oggi è ricostruita con piastrelle ceramicate, un angolo ancora c’è. A Khujand Alessandro sposò Rossane, sono abbastanza emozionato. A villa Farnesina c’è un affresco del Sodoma che rappresenta il matrimonio tra Alessandro e Rossane, indice di una conoscenza rara della storia da parte di committente e artista. Lei fu scelta tra molte prigioniere, Alessandro aveva infatti conquistato tutta la regione, Soghd, e fu scelta sia per la sua leggendaria bellezza che per in ragione strategica per l’alleanza con il futuro re della Sogdiana. Mi viene in mente anche l’affresco della battaglia di Gaugamela proveniente da Pompei al museo di Napoli, Alessandro è proprio un bel figurino. Impossibile resistergli.
Oggi è venuta lunga ma la giornata in sé lo è. Vado al mercato in città, bello sovietico anche questo, gran verdure e carni migliori di quanto si potrebbe immaginare, pane meraviglioso in dischi che potrebbe essere un’idea per coprire una settimana.
Scopro l’esistenza dell’olio di cotone, usato per cucinare, direttamente dal venditore. Usano molto anche quello di semi, secondo.
E per oggi basta, che adesso sono a un matrimonio.
Ma certo, è tutto viaggio, il senso stesso sta nell’avvicinamento alla meta, il viag… eh, ho capito, ma son sette ore di ritardo. Ho capito il senso, ho capito tutto, ma son pur sempre non luoghi e il nuovo aeroporto di Istanbul, per quanto enorme e molto bello, non è che sia un granché per bivaccarci. Oddio, in realtà, arrangiandosi un po’, potrei farcela.
Comunque la mia prima notte al gioiello sovietico Hotel Uzbekistan è appena saltata, va bene, Turkish non è più quella di un tempo. Ma arrivo, alla fine, arrivo a Tashkent che albeggia, è un lunedì mattina estivo e lavorativo, per loro, dormo un’ora su una poltrona dell’albergo, assumo un tolotto di caffè qualsiasi cosa sia e mi butto anch’io nella mischia. Tra corani insanguinati del settimo secolo di pelle di cervo, venerate tombe di interpreti del sacro testo e di fini calligrafi, centoventisette sono le diverse grafie riconosciute dell’arabo artistico sacro, statue di Tamerlano, eroe uzbeko per eccellenza – nessuno mai insinui la sua nascita tajika -, teatri russi costituiti da ex prigionieri giapponesi della seconda guerra mondiale, ho le mie belle soddisfazioni.
Interagisco fin da ora con uno degli assurdi -stan partoriti da mente sovietica e tracciati con la logica delle cose viste da Mosca, per cui le capitali son dove fa più comodo, e devo dire che mi piace questo inizio di relazione con l’Uzbekistan. Tashkent è la capitale per decisione sovietica, come dicevo, perché vicina a Kazakhstan e Tajikistan ma insensata quando Samarcanda chiama a tutta ragione il titolo. Sebbene la via della seta sia tramontata da parecchio e il paese sia rimasto più isolato – è uno dei due soli paesi al mondo che non solo non ha il mare ma è pure circondato da paesi che non hanno il mare, l’altro è in Europa continentale -, è ancora un vero crocevia di stili, storie e persone: cinesi ovviamente, russi comunque, europei in riscoperta, -stani di ogni tipo, mongoli, qualche indiano, molti turchi. È loro la predominanza economica e culturale qui, le infrastrutture le costruiscono come fanno i cinesi in Africa, stesso guadagno, stesso ritorno. Ci sono anche loro, i cinesi, in ogni caso, auto, camioncini, ruspe sono tutti di importazione, Chevrolet, prodotte tutte in Corea. Tutte bianche e sono tutte a gas, camion compresi. Per forza.
Compro dei soldi ed essendo il tasso di cambio uno a tredicimilatrecento mi riempio tutte le tasche di biglietti da diecimila sum uzbeki e inizio a comportarmi come un satrapo locale produttore di musica rap. Potrei anche comprarmi una pelliccia di cincillà*, che ne è pieno, sarebbe opportuno, stivaletti imbottiti e un gigantesco colbacco. Ora che possiedo circa un milione di sum, ovvero circa ottanta euro, il che la dice lunga sullo stato di alcune cose qui, vado al mercato. Ovvio.
Il mercato è strepitoso, la cupola centrale è sovietica, bellissima sia dentro che fuori, secondo la robusta tradizione dei mercati in territorio socialista, da Riga a Vladivostok. Frutta secca sopra tutto – e sto facendo un errore madornale, lo so, comprandone otto chili -, carne, cavallo più che altro, tè, formaggio essiccato, frutta e verdura tra cui le ignote carote gialle, pinoli della Siberia, banchi di carne alla griglia, vestiti, anche imbottiti che viene da ridere in questo momento ma d’inverno qui va sotto zero anche di venti gradi. Si contratta, gentilmente, nessuno si impone o richiama l’attenzione.
Ebbro di frutta secca e di carnazze, percorro i vialoni di Tashkent, possibilmente all’ombra, fino alle tre statue di Tamerlano, al palazzo del presidente e alla sala del gran consiglio, tutte realizzazioni posteriori al 1993, fino all’hotel Uzbekistan, leggendario simbolo della presenza sovietica in città, nonché edificio bellissimo a parer mio. Prendo un caffè all’ultimo piano in favor di veduta, chiacchierando piacevolmente (?) con Breznev e mi accingo a proseguire.
Il resto poi.
*volevo dire astrakan, quella roba spaventosa lì, non cincillà.
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga / di mirar queste valli? La luna, s’intende. Queste valli son qua ma il pastore, quello che corre via, corre, anela, / varca torrenti e stagni, / cade, risorge, e più e più s’affretta, / senza posa o ristoro sta invece in Asia, là da qualche parte e che, nonostante la lontananza, condivide il destino comune col poeta e con tutti noi, presenti, passati e futuri. Ecco, io quelle montagna e valle, i sassi acuti, ed alta rena, e fratte li voglio proprio vedere e, soprattutto, quel cielo, proprio quel cielo del Che fai tu, luna? Non farò il pastore né il poeta marchigiano ma diciamo che un’occhiata desidero darla da molto. E se ci sono passati gli achemenidi, i sasanidi, i greci, i persiani, i mongoli, gli ottomani, i russi e gli inglesi, poi i sovietici perché io no?
E poi viaggiatori di ogni tipo, sia da qua che da là, il più noto tra i nostri e uno dei più avventurosi disse molte cose di questa parte di terra del suo viaggio, tra cui la famosa frase: «Samarcan è una nobile cittade, e sonvi cristiani e saracini» per una delle tappe più note e poi raccontare il fatto strano della pietra saracena. Ma quando ci passò lui, Marco Polo, erano già millecinquecento anni che ci era passato Alessandro il Grande, lungo la via reale persiana, e sono le sue tracce che voglio seguire, fino alla valle di Farghana e ad Alessandria Eschate, Alessandria la lontanissima, tra Battriana e Sogdiana, voglio arrivare fin là, in quelle valli glaciali. E mi rendo conto, anche stavolta, di non sapere nulla di luoghi in cui la civiltà umana è cresciuta, si è confrontata e scontrata, ha avanzato e receduto, si è diffusa in mille rivoli diversi di cui io non conosco nemmeno i nomi. Ne ho snocciolato qualcuno poco fa e paiono inventati, che vergogna. Se alla fine del viaggio distinguerò timuridi da shaybanidi sarà un risultato colossale, visto che ho appreso poco fa dell’esistenza degli aghlabiti e dei kharigiti, figuriamoci. Che poi a me piacerebbero le foreste baltiche ma chissà come mai finisco spesso nelle zone desertiche dove l’umanità ha preso davvero forma. Ma non ti piace il fresco dei pini lèttoni? Va’ a sapere come prendo le decisioni.
Bagaglio? Facile. Di giorno la temperatura è attorno ai quaranta, di notte ai trenta. Secco, certo, e quando lo dico le persone fanno: aaah, beh, come se percepiti fossero diciotto. Quindi poche cose lavabili facilmente, l’obbiettivo come sempre è una borsa sola, piccola magari. E pazienza se i colletti bianchi tagiki mi guarderanno con sufficienza o i miei eventuali compagni di corriera cambieranno posto scuotendo la testa. Non mi formalizzo, io, taliano fetente. In realtà, in certe zone del Burbanzistan salirò parecchio, d’inverno si scende anche duecento gradi sottozero, quindi magari una veste da camera la prenderei, sai mai. Il resto è tutto sudore. In stile r/onebag, ho sfoltito di un terzo la foto iniziale, questa:
La novità tecnologica di questo viaggio sono senz’altro le esim, ovvero embedded, ovvero le schede telefoniche di ogni paese che attraverserò già installate nel telefono, da attivare in volta in volta. Sì, serve un telefono che è capace. Poca roba, per carità, un giga alla settimana per -stan e niente voce, ma mica per i whatsapp e i gattini e i buongiornissimi, figuriamoci, ma per capire come andare da qua a là e dove mi resta la stazione o la madrasa. Che se non è turco è cirillico e se non lo è, allora è arabo.
Il resto sono amenità. Una levataccia per andare all’aeroporto, ehm, mapporc, S. Berluscon. di Malpensa, almeno sui biglietti non c’è scritto (scommettiamo che poi qualcuno dirà che non si poteva fare perché non sono passati dieci anni? solito giochino della destra), poi una serie di non coincidenze che mi costringerà a passare svariate ore in diversi aeroporti. Niente di che, qualcuno diceva che anche questo è viaggio, io sono più per la variante dei non luoghi anche se, in effetti, negli aeroporti non manca proprio nulla e ci si potrebbe vivere, detto anche questo, piuttosto stabilmente. In alcuni, Istanbul dove sto aspettando io per esempio, hanno trovato pure luogo dei musei e nemmeno così disgraziati come uno direbbe. A diciotto ore dalla partenza sarò a destinazione, tutto bene, quaranta gradi oggi. Ma il bosco baltico? Perché non sono là? Come faccio le mie scelte? A mia insaputa? Mah.
Vabbuò, basta con le smancerie, basta con le introduzioni, da ora comincio sul serio. Il migliore augurio che abbia ricevuto alla partenza è senz’altro quello di A., amica capace e di lunga vita: «Torna appagato». Cosa potrei chiedere di più? Nulla. Ora però serve impegno per far sì che le sue parole – che sono in realtà un’esortazione e quindi implicano azione da parte mia – trovino compimento. Che bellezza l’appagamento, non si appaga sé stessi ma un desiderio, la tensione del proprio animo, vien da pacare e a sua volta da pax, ci provo, giuro che ci provo al meglio. Grazie, A.
Duecentomila firme raccolte online in un baleno – attenzione: non è change.org, si entra con SPID o CIE -, non so quante ai banchetti, la lega comincia ad agitarsi. Questo è il mio attestato:
Id iniziativa: 500020 – Referendum abrogativo (art. 75 Costituzione). Forza, qui tutto quel che serve.
Ancora senza possibilità di tornare a casa, scendo a Este che dei Colli Euganei fu senz’altro il centro principale per lungo tempo. Estensi, appunto, Ezzelini, Scaligeri, Carraresi e Visconti e, data poi la salubrità del clima, cioè qualche decina di gradi di meno della pianura padana spinta, fu terra di residenze meravigliose, castelli e ville di piacere. Che piacquero poi a Byron, Shelley, Bembo e chiunque possa venire in mente. Tra essi, uno dei miei preferiti è senz’altro Alvise Cornaro, saggio possidente terriero con buon modo di stare al mondo, che qui si fece costruire una splendida residenza, equilibrata e di gusto come era suo solito. E qui scrisse i suoi Discorsi della vita sobria, di’ poco: «Non havendo adunque l’huomo miglior medico di se stesso né miglior medicina della vita ordinata, questa si debbe abbracciare».
Ma non si occupò solo di inviti alla moderazione nei costumi e nella crapuloneria, si occupò di idraulica, ingegneria, letteratura, agricoltura e architettura, scienza della bonifica e così via. Ma anche di arti e di vita armoniosa, grazie soprattutto alle capacità professionali di Giovanni Maria Falconetto, che lo supportò grandemente dal punto di vista tecnico nelle sue aspirazioni. A loro, tra le altre cose, si devono la Loggia e l’Odeo Cornaro a Padova, ancora oggi visibili, che diedero un luogo alla rinascita del teatro nel Cinquecento e alla nascita di Ruzante. Meriteranno discorsi più ampi. Este, come dicevo, fu apprezzata anche da taluni chiamati Romanes, ci mancherebbe, che costruirono alcune ville in zona e ponti e strade, come loro solito, e che venetamente vengono mal conservati con una delle zone archeologiche più deprimenti mai viste. Ma lasciate la roba là sotto, perdio, che è meglio.
Con i trentasei gradi di Este, che se hai la villa misurata e la fontanella sobria va bene, ma se sei come me esule da casa, con sì e no due paia di pantaloni nel bagagliaio e uno spazzolino comprato al supermercato stamane, manco il dentifricio, un poco in più si sentono, mi inerpico un po’ a zonzo su per i colli a schivar la noia, come giustamente precettavano nel Cinquecento, fino ai Denti dea vecia e per valli e vallette di queste magnifiche colline vulcaniche.
Poi mi appropinquo verso ovest, lentamente che la mia amica T. con le chiavi arriverà a notte tarda. Ma qui attorno la pianura è punteggiata di meraviglie e non di rado vengo a vedere come sia. Due passi per la via principale di Montagnana e circumnavigazione delle mura, risalgo a Pojana maggiore, a Finale di Agugliaro, a Campiglia dei Berici, a Bagnolo vicentino a vedere ville palladiane una più bella dell’altra – il bello è che basta vederle da fuori, perlopiù – e tra esse villa Saraceno sopra tutto, la più armoniosa ed elegante e, appunto, sobria, casa mia per alcuni giorni tempo fa e ancora oggi col cuore. Ohibò, c’è gente, chi ha dormito nel mio lettino? Il caldo è notevole e la stanca della pianura si vede, le persone stanno rintanate all’ombra, beati loro, io vado a Lonigo che ha un grande giardino a mangiare un ghiacciolo, a bere una birretta, a leggere sotto i platani nell’erba tirando sera. E mi addormo, pure, vedendo pian piano crescere la popolazione che col calar del sole si avventura fuori, forse anche col richiamo della finale degli Europei.
È ora, il sole sta mollando la presa, piglio su i miei quattro stracci – letteralmente stavolta – e vado verso casa, dove mi aspetta un giorno, domani, di copie di chiavi e sostituzioni di cilindri di porte blindate, colpa mia, che stridore con il dire di Cornaro, le barche placide al castello del Catajo, con Suzanne Vega che canta The queen and the soldier, con la cima del Venda, con la Lettera ai posteri di Petrarca – «Ho sempre avuto il massimo disprezzo per le ricchezze, non perché non mi piacessero, ma perché odiavo le fatiche e le preoccupazioni che ne derivano», quanta ragione -, con quel pane con l’olio che mi hanno dato a Teolo, con le scamozzate a Monselice. Beh, fosse così tutti i giorni forse l’apprezzerei meno, vada così. Alla prossima, me stesso del futuro.
Ridiscendo dalla mia “Ascensione al monte Venda”, sudato, sbracato, stanco ma felice e ohibò trovo l’auto aperta. Ma aperta bene, nel senso non forzata ma aperta con para-telecomando solo su un lato, che nemmeno saprei come fare. Ma dico, non ero io, perché ti sei aperta? Comunque, mi hanno portato via la borsa con tutti i vestiti, compresi alcuni freschi di lavanderia, tranne un panama di plastica che non capisco perché. Quindi sono così, maglietta e pantaloncini sudati e maleodoranti e basta. Manco le chiavi di casa che avevo, saggiamente, pensato di non portare sui sentieri ma di nascondere astutamente. Bravo, me. Ma siccome non mi farò certo rovinare la fine settimana (femminile, femminile) da un accidente così, decido di restare in giro. Anche perché comunque non ho le chiavi di casa, quindi non saprei come entrare. Ma prima, il dovere civico: la denunzia alla pubblica autorità. Già sapendo come andrà. E infatti: «Ma perché è venuto da noi?», cominciamo bene. Perché siete i carabinieri e la vostra stazione risultava aperta da gugol. «Eh, ma ce n’erano altre», molto bene. La giovane marescialla? appuntata? signora carabiniera? non so come chiamarla, non ha ovviamente alcuna voglia. La cosa, intendo la denunzia, diventa difficoltosa, anche cercare di farle capire che non esista un numero civico al quale fare riferimento, essendo un bosco, e che non ho idea in che comune il fatto sia avvenuto, potendo darle comunque il punto esatto e che dovrebbero saperlo loro, essendo della zona, sono cose semplici solo sulla carta. Tralascerò l’ora e quaranta per scrivere mezza pagina per condividere solo il momento in cui l’appuntato in borghese, intervenuto altrimenti sarei ancora lì, mi dice che – soggetto non definito, il classico «Loro» – non li lasciano lavorare – ribatto che il governo è totalmente con loro, ancora, quindi di chi parla? – e che, questa la cito: «Il papa e i buonisti d’Italia dicono che loro sono fascisti», e con loro stavolta intende lui-loro le forze dell’ordine. Se la polizia mena gli studenti a Pisa senza motivo, sì, son fascisti, dico. L’approccio è quello. «Un episodio», dice lui, e bon, vorrei la mia denunzia e trovare un posto per una doccia, almeno fino a poco tempo fa stavano un poco più zittini, con meno sponde.
Sono ancora in braghe di tela, letteralmente, e piuttosto impresentabile. Decido di ricostituire il mio guardaroba e con una puntata veloce a Padova, dieci chilometri ed è una delle caratteristiche dei Colli Euganei, vado da decathlon e in otto minuti e quaranta euro son vestito esattamente come prima. Pulito fuori, meno dentro. La mia amica T., nonché vicina di casa, tornerà domani sera a casa e solo allora potrà darmi copia delle mie chiavi, molto bene, sto in giro. Visto che ne ho emulato le gesta ascensionistiche, vado a trovare il poeta, Petrarca ad Arquà Petrarca. Ormai in età avanzata, lasciati i libri alla futura biblioteca Marciana, desideroso di quiete e frescura dopo una vita di viaggi per l’Europa e incarichi remunerosi, negoziò con i da Carrara la concessione di un buen retiro sui Colli e ne ricevette la casa perfetta, non grande ma nemmeno troppo parva, ma molto apta come disse quell’altro, un giardinello, paesello incantevole, vista eccellente, tutte le stanze perfette e le scale e i balconi pure, vi trascorse gli ultimi anni con la figlia e il nipote o i nipoti. La figlia, chiamata Francesca con evidente poca fantasia, l’ho già incontrata: è curiosamente sepolta nella chiesa di San Francesco a Treviso. Non curiosamente a Treviso, curiosamente che nella stessa chiesa sia sepolto anche il figlio di Dante, Pietro. Scriveva invece il padre, nel 1371 in una Senilis, «Mi sono costruito sui colli Euganei una piccola casa, decorosa e nobile; qui conduco in pace gli ultimi anni della mia vita, ricordando e abbracciando con tenace memoria gli amici assenti o defunti». Costruito forse no, il resto tutto vero.
Mi rendo conto di quanto la mia percezione di Petrarca sia diversa da quella di molti dei visitatori della casa. Mentre ne colgo il professionismo, l’abilità politica, l’assoluta padronanza della versificazione, in realtà per buona parte è il poeta dell’amore. E i muri attorno alla casa sono ricoperti di graffiti amorosi, peraltro tutti nella stessa forma: il cuore con le iniziali, quello per intenderci da albero, con talvolta la data. E devo dire che non mi dispiace affatto, viene abolita la prima persona, solo l’iniziale, in favore dell’entità comune, la somma dentro il cuore, un buon modo.
Val la pena raccontare ancora un paio di cose su Petrarca ad Arquà. Conscio delle cose della vita, fece testamento disponendo che il suo corpo, «reso vile dalla dipartenza di quella eletta scintilla che forma la parte migliore di noi», fosse sepolto «senza alcuna pompa, ma con ogni umiltà ed abbiezione» in un’umile cappella attigua alla chiesa. La pompa ci fu eccome e la cappella pure ma per poco, poi fu eretto un bel sarcofagone in marmo rosso di Verona sulla piazza della chiesa. E fino al 1630 tutto restò tranquillo.
In quell’anno, una bella compagnia di «persone assai corte di mente», tra cui anche il frate domenicano Tommaso Martinelli da Portogruaro, addetto alla direzione spirituale della parrocchia di Arquà, decisero di dare una bella occhiata nell’urna e, spaccato il marmo, pasticciarono i resti asportando parti del braccio e della mano destra, notevoli per uno scrittore poeta. Saputo del reato, la magistratura avviò le indagini e per determinare l’entità delle asportazioni fece riaprire il sarcofago, introducendovi un ragazzino dalla piccola fessura. Il quale ovviamente fece più disastro che perizia: «Le ossa del poeta ebbero assai più a soffrire per la constatazione del furto voluta dalla legge che per il furto stesso». Martinelli, condannato, si diede alla macchia e con lui il braccio destro di Petrarca. Nel 1843, il conte Carlo Leoni, storico ed epigrafista, finanziò il restauro del sarcofago e riaprendolo testò la tenuta del cranio che «non dava nessun indizio di sfasciamento, tanto che avendolo leggermente percosso colla nocca del mio dito indice rispondeva col suono della più perfetta adesione delle sue parti» e visto lo sforzo ben pensò di tenere per sé una costola e un pezzetto di tunica. Nel 1855 le autorità austriache ordinarono la restituzione di quanto prelevato e la tomba fu di nuovo aperta. Ma non basta: il 6 dicembre 1873, in occasione del quinto centenario dalla morte del poeta, il docente di anatomia comparata e fisiologia generale all’Università di Padova Giovanni Canestrini riaprì il sacello e dichiarò che il cranio di Petrarca andò in frantumi non appena toccato, tanto da non poterne trarre un calco, e che le ossa mancanti dallo scheletro erano due vertebre dorsali, il coccige, una costola, l’omero destro, l’ulna destra, 68 ossa piccole di mani e piedi. Ah, Martinelli. Nel 1943 l’intero corpo fu prelevato e spostato a Palazzo Ducale di Venezia, nascosto sotto lastre di marmo causa bombardamenti e, a guerra finita, ricollocato. Con l’occasione del settimo centenario, il 18 novembre 2003 l’anatomo-patologo Vito Terribile Wiel Marin – un nome da film di Balasso – e la sua équipe riaprirono, ancora, la tomba ed esaminarono i cocci del cranio con il metodo del radiocarbonio. E vualà la surprais: un cranio antecedente a Petrarca di almeno un secolo se non due e, meglio ancora, un cranio di donna. Ottimo. Quindi? Quindi con grande probabilità il vile Canestrini sostituì il cranio del poeta con un altro, antico perché non voleva dare nell’occhio, rompendolo o avendolo già rotto, e portandosi via l’originale prezioso. Ne trasse il calco che fu poi ritrovato nei sotterranei dell’Università e che più o meno corrisponde alle misure dichiarate da lui stesso e grazie al quale noi oggi supponiamo di conoscere la fisionomia di Petrarca. Dove sia finito il cranio, nessuno lo sa. Nella tomba riposa, diciamo, quindi un ircocervo, una chimerica assurdità con corpo parzialmente del poeta e testa di donna, risultato della instancabile azione degli uomini vuoi per ammirazione, avidità, stupidità, scienza, lettera e testamento. Ma, come disse lui, è solo il corpo «vile», senza «la parte migliore».
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