Yogi Berra, non Yogi bear

Apprendo oggi della dipartita di Yogi Berra, che non è appunto l’orso che ruba i cestini dei picnic e non è, tantomeno, un santone indiano: è piuttosto un famoso giocatore di baseball, pare di quelli grandi, collega e pari di Di Maggio.
Bene, pare che Yogi Berra sia ricordato anche per le sue frasi lapidarie, spesso al confine tra aforismo, nonsense e paronimia. Per esempio, pare sia sua la nota frase:

It ain’t over ‘til it’s over

che è un invito a non mollare prima del fischio finale, se non ricordo male usata pure in alcuni film (Animal House?).
Meno comprensibile è un’altra sua frase ripetuta spesso (lo scopro oggi):

When you come to a fork in the road, take it.

Capisco l’invito a prendere una decisione, ma prendere un bivio di una strada non significa nulla se non c’è la direzione. Penso.
La migliore, che voglio fare mia in determinate occasioni, è invece la più completa sbandata che gli usciva sovente dalla bocca:

I really didn’t say everything I said.

Certo, come no? C’è un corollario, con cui la frase continua, che è: “Then again, I might have said ‘em, but you never know“. Meglio, ma resta sempre un pazzo, in qualche modo.

Quello che è interessante per me è che Yogi Berra era un campione involontario della paronimia, ovvero lo scambio, voluto o accidentale, di parole somiglianti nella forma ma diverse nel significato. La più diffusa in italiano è, forse, una cosa tipo: “Non spiaccica una parola di inglese“. Ne faremo un gioco, chissà.
La paronimia, e qui viene ancor il più bello, è detta in inglese “malapropism“, derivato a sua volta da Mr. Malaprop, un personaggio della commedia The Rivals di R. B. Sheridan, così chiamato dalla locuzione francese “mal à propos“. Quando il sindaco di Boston, per fare un esempio celebre, disse “Texas has a lot of electrical votes” al posto di “electoral votes” fece chiaramente un malapropismo.

E ora vi saluto e mi vado a fare una speronata di spaghetti.

lo scambio di libri in tedeschia

In Germania il book crossing è preso molto seriamente ed è, pure, piuttosto utilizzato.
Capita infatti abbastanza spesso, girolando per città tedesche, di incappare in punti di prelievo e deposito, come questo a Heidelberg.

165.germania-heidelberg maggio 2015

O questo ad Hannover.

0130.hannover.giugno 2015

Ovviamente perché funzioni non servono solo i lettori ma un alto grado di civiltà e rispetto della cosa comune che non è facilissimo trovare in tutti i paesi.
Civiltà + amore per la lettura, mmm, una combinazione esplosiva.

32°08’60.0″N 110°50’09.0″W

Airplane Graveyard_tucson

Sono le coordinate dell’Airplane Graveyard che si trova a Tucson, in Arizona. Vale la pena dargli un’occhiata dal satellite, ecco qua.
Per essere un po’ più preciso, si tratta del ‘309th Aerospace Maintenance and Regeneration Group’, ovvero il più grande deposito di aerei dismessi del mondo (4.400, pare). Appartiene al governo federale e, di solito, ci si riferisce alla zona come ‘AMARG’ o ‘The Aircraft boneyard’. Vale la visita dall’alto, anche Tom Petty c’è stato.
(A ben guardare, è più inquietante la forma di Tucson, subito a nord…).