notizie sullo stato dell’informazione nell’età della pietra

L’odierna umanità si fa dell’epoca in cui io sono vissuto un quadro sbagliato quanto singolare. Si è convinti che l’età della pietra sia stata un’epoca primitiva, e si dimentica che sono state fatte allora quelle invenzioni e quelle fondamentali scoperte accettate oggi come ovvie. Sì, i disegni sulle pareti delle nostre caverne sono stati in grado di suscitare qualche interesse, ma alla nostra più eminente istituzione culturale, il giornalismo, non s’è fatto finora alcun caso.
Nella mia qualità di redattore, per centinaia d’anni, dell’«Osservatore Liassico» – spesso confuso col «Nuovo Giornale Triassico», organo di bandiera dei conservatori – vorrei rettificare in brevi tratti gli equivoci più grossolani, e gettare un po’ di luce sull’ignoranza buia che avvolge la nostra epoca.
Il giornale è una delle prime invenzioni dell’umanità, ed è giusta l’opinione di chi considera il giornale la seconda di tutte le invenzioni. Risultò necessaria nel momento in cui l’uomo constatò d’avere la dote dell’inventore, scoperta resa possibile, naturalmente, solo dopo la prima invenzione: quella di procedere eretto sul terreno pianeggiante usando i piedi, anziché arrampicandosi in giro sugli alberi. All’inventore fu istantaneamente chiaro che tutte le invenzioni derivanti da questa facoltà sarebbero potute diventare patrimonio fondamentale per tutta l’umanità solo se fosse stato anche possibile portarle a conoscenza di tutti mediante i giornali.
I primi giornali apparvero ancora scalfiti su corteccia d’albero, ma già nel periodo permiano si adottò l’incisione su pietra. L’apparire, allora, dei sauri giganti rese indispensabile l’impiego di questo materiale più solido, come del resto proprio allora e per la stessa ragione cominciammo a lasciare gli alberi e ad abitare nelle caverne. Da quel momento in poi la pietra rimase il materiale preferito; da noi nel liassico, agli inizi, fu naturalmente la pietra calcarea, solo più tardi, quando spuntarono le Alpi, utilizzammo in prevalenza il granito: anch’io, durante l’ultimo quarto della mia carriera giornalistica, ho potuto far uso di questa roccia ideale. Continua a leggere

le cose che poi non ci sono più

Colin O’Brien ha fotografato Londra dal 1948, fin da quando aveva otto anni.
Se dovessi sintetizzare l’idea che sta dietro alle fotografie di O’Brien – una, almeno, oltre a dire che mi piacciono molto – direi che correva a fotografare le cose che di lì a poco sarebbero scomparse. Per esempio:

Tre persone fumano nell’ultimo giorno in cui lo si può fare nei pub e nei luoghi pubblici, 2007 – Colin O’Brien

Intuito e lungimiranza, ecco cosa ci vuole. E uno sguardo laterale alle cose, come questo – meraviglioso – qui sotto, che ha davvero in sé il senso della fine e della festa, insieme, in senso strettamente anglosassone.

Tre uomini addormentati su una panchina dopo l’ultima partita dell’Arsenal all’Highbury Stadium, 2006 – Colin O’Brien

E poi, l’ultima corsa del 38:

L’ultimo giorno degli autobus Routemaster sulla linea 38, da Clapton Pond a Victoria Station, 2005 – Colin O’Brien

O l’ultimo tram londinese:

“Quando avevo 12 anni i tram smisero di circolare così scattai una foto con il tramviere in posa”, 1952 – Colin O’Brien

E poi, come accade, a non esserci più è stato lui, Colin O’Brien, che è mancato lo scorso agosto. Le sue foto di cose che scompaiono, però, ci sono ancora tutte.

E c’è anche lui.

reckless, romantic, funny and often poignant lives of a committed group of roadies

Serve avere una passione non superficiale per la musica.
Bisogna avere in saccoccia parecchi concerti, avere un certo curriculum: aver preso la pioggia sotto un palco, o in fila fuori, aver preso freddo, molto, e caldo, altrettanto, aver sentito concerti brutti e concerti favolosi, aver sentito concerti in cui si sentiva molto male, aver comprato tanti biglietti per posti in cui poi non si è andati, aver comprato biglietti e averli rivenduti con la morte nel cuore, aver comprato biglietti per concerti e averli pagati uno sproposito. Insomma, bisogna sapere cosa si prova a stare seduti per terra con gli amici e una birra alla fine di un concerto, quando le luci sono accese e lassù stanno smontando il palco, e si chiacchiera estatici in attesa di essere scopati via dai roadies.

Poi serve avere dentro di sé quella poesia particolare che sta in un testo di una canzone, capirla e sentirla, anche qui in modo non superficiale: allora sì, è probabile che vi possa piacere, come è piaciuta a me, Roadies.

Roadies è una serie televisiva che racconta le vicende di un gruppo di – appunto – roadies al seguito del tour invernale della Staton-House Band (eheh). Ideata, scritta e girata da Cameron Crowe, che prima di fare il regista lavorava da Rolling stone e ha girato anche Almost Famous, è una serie che, come dicevo, può essere apprezzata solo da chi ha masticato tanta, tanta musica. Rock, preferibilmente.
Perché poi, ovviamente, di musica ce n’è dentro a tonnellate, per dire: The Head and the Heart, Reignwolf, Lindsey Buckingham, Lucius, Halsey, Jim James, Phantogram, John Mellencamp, Eddie Vedder, Robyn Hitchcock, Jackson Browne, Greg Leisz, Gary Clark Jr., Nicole Atkins compaiono nelle puntate. E se ne sente moltissima che, magari, un europeo non conosce più di tanto (che meraviglia la ‘canzone del giorno’).

Poi, però, siccome viviamo in un mondo di minchioni senza passioni e di persone superficiali, la serie è stata cancellata per bassi ascolti dopo la prima stagione. Bene, andiamo avanti così. Restano dieci puntate da godersi, almeno per me, come se sentissi un disco. Più volte.