laccanzone del giorno: Sister Sparrow & The Dirty Birds, ‘Borderline’

I Sister Sparrow & The Dirty Birds sono una band di New York che fa uno tra i funk-soul più interessanti del periodo, a parer mio. Sette elementi, quasi una medio-big band, guidati alla voce da Arleigh Kincheloe che ne è ovviamente l’elemento più distinguibile, danno decisamente il meglio dal vivo. Borderline è al momento la mia canzone (loro) preferita, eccola qua.

Centocinquanta date live all’anno da sette anni in giro per gli USA, sono una delle band da seguire, secondo me, e che servirebbe vedere dal vivo, per quel che promettono. Magari in Giamaica nel 2018.

laccanzone del giorno: Larkin Poe, ‘When God closes a door’

I Larkin Poe sono un quartetto rock di Atlanta la cui linea avanzata sono due sorelle chitarriste, una slide e l’altra no, per cui verrebbe da chiamarli le Larkin Poe. Battezzate affettuosamente ‘le piccole sorelle degli Allman Brothers‘, sia per la comune origine che per una certa predilezione per il root rock, devo dire che è difficile resistere.
Il loro secondo disco, Reskinned, del 2016, è a dir poco notevole e una tra le canzoni migliori, con attacco irresistibile, è When God closes a door. Questa è la versione più sensata nonostante Skype che ho trovato nel sito dei videi:

Si trova parecchia roba in giro, segnalo il concerto che hanno fatto al Rock am Ring l’anno scorso, registrato con un telefono e ciò nonostante si sente la sostanza, parecchia. Da mettere e tenere su, eccome.

la gioja del disco nuovo: Hitchcock

L’uscita di certi dischi è gioja, gioja pura per me e per chi ha dalla musica un piacere non sporadico: Robyn Hitchcock, Robyn Hitchcock, uscito alla fine di aprile.
Se esistessero ancora i negozi di dischi, sarei corso.

Quei tocchi un po’ così che Hitchcock ha sempre, la camicia psicolica, il gatto da pensionato inglese, la copertina a mosaico, e un disco che giganteggia come sempre tra i generi più diversi: alla Johnny Cash alla festa del porcello, I Pray When I’m Drunk, al rock schitarrone e bello, I Want to Tell You About What I Want, la canzone che non capisci bene al primo giro ma che al secondo ti ha già conquistato nonostante il verso improbabile tra ritornello e titolo, Sayonara Judge, il pezzo da matto che più inglese non si può, Detective Mindhorn, il coutry minimo di 1970 in Aspic tutto in slide.
Insomma, il solito pazzo completo che sforna dischi a go-go che qui, io, non si può non amare parecchio.

laccanzone del giorno: Bronze Radio Return, ‘Up, on and over’

I Bronze Radio Return sono una band americana, connecticana, in giro da una decina d’anni e al quarto disco, in forma di sestetto come prescrive la legge dell’indie rock (che non vuol dire un cazzo ma si usa), ovvero con banjo e armonica. Non una gran presentazione, in effetti potevo farla più entusiastica, ma basta ascoltarli: notevoli.

La loro capacità di rilasciare singoli a effetto non è sfuggita a molti e, da ora, a me: tour in giro per gli Stati Uniti, aperture per la grandissima Grace Potter e, per dire la grandezza, Nikka Costa. Un ascolto e mezzo e sarete loro per un po’.

maledetto Mozart

Dal 1 giugno 1967 sono cinquant’anni dalla pubblicazione di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band: la cosa è ampiamente ripetuta, in questi giorni, si sa. Gran disco, è un fatto, trentanove minuti di idee, tra le quali io trovo irresistibile Lovely Rita – vado avanti a canticchiarla ore, troppo divertente e troppo ricca di cori e suoni matti (bda-bda-bda-ah-ah) – i pettini suonati sulla carta e un miliardo di novità che nei dischi non erano entrate mai. Certo, i Beach Boys li avevano bruciati di poco con Pet sounds ma non era mica una gara, si contribuiva tutti.
Comunque, Sgt. Pepper comincia con questi tre pezzi, in sequenza: Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, With a Little Help from My Friends e Lucy in the Sky with Diamonds. Imbattibile, o quasi. Di dischi che iniziano in modo così folgorante non ce ne sono poi molti, li potremmo contare sulle dita della mano di un monco, e gridare al miracolo non è poi così fuori luogo. Aaaaah (grida da miracolo).
Comunque, il mondo è pieno zeppo di gente che fa musica, per fortuna, e la stragrande maggioranza di loro, forse tutti, ucciderebbero per riuscire a scrivere anche uno solo dei pezzi di cui sopra, magari Lucy. E non per scriverli in un disco ma in una vita, uno solo basterebbe a dare senso a una vita musicale. E loro, intendo Lennon-McCartney, invece no: zac!, tre bombe atomiche, senza pensarci troppo. Sfrontati.
E i Salieri del mondo, anche stavolta, a rosicare. Così va il mondo, viva!

laccanzone del giorno: Courtney Barnett, ‘An illustration of loneliness (sleepless in New York)’

Mi ripeto: è bravissima. Courtney Barnett, l’ho detto alcuni post più sotto. Tra i singoli notevoloni che il suo primo disco ha prodotto, questo gira da me a rotazione continua:

Il video non è stato girato, solo audio. Ma devi essere certamente una scrittrice e una cantante fuori dal comune se decidi di scrivere e riesci a cantare una cosa così: «There’s oily residue seeping from the kitchen / It’s art-deco necromantic chic, all the dinner plates are kitsch with / Irish Wolf Hounds, French baguettes wrapped loose around their necks / I think I’m hungry, I’m thinking of you too». Volume, per favore.

laccanzone del giorno: Courtney Barnett, ‘Elevator Operator’

Courtney Barnett è una cantautrice australiana ed è, parer mio, davvero brava.
Due anni fa ha pubblicato il suo primo e attualmente unico disco, Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit (brava anche per il titolo!), da cui sono stati tratti parecchi singoli, alcuni dei quali eccellenti.
Uno di questi è Elevator Operator:

Altri sono, per esempio, Avant Gardener, Pedestrian at Best, Dead fox.
In alcuni passaggi mi ricorda la migliore Liz Phair, in altri – non credo di esagerare, sul serio – Dylan. Poi ha cose sue, peculiarità, che sono proprio interessanti.
Gran disco, complessivamente.