ancora su Car Seat Headrest

Insisto perché Car Seat Headrest, ovvero Will Toledo e la sua band, l’anno scorso ha pubblicato un disco eccezionale, Teens of Denial, del quale sono più che ebbro, da settimane.

Il progetto Car Seat Headrest nasce come costituito da una persona sola, Will Toledo appunto, che fino al 2015 ha pubblicato dischi (11) autoproducendoseli; poi ha firmato un contratto per la splendida Matador, che è una casa discografica indipendente che ha prodotto i dischi, per citarne un paio, di Cat Power e di Kurt Vile, e ha pubblicato due altri dischi: Teens Of Style, che è una raccolta di canzoni vecchie o mai finite riarrangiate e risuonate, e poi il citato Teens of Denial. Da quando è alla Matador, Car Seat Headrest è diventato una band, ben assortita e i risultati si vedono (sentono), eccome.
Il ragazzo è eccezionale, a parer mio, e va sostenuto: tutti i suoi dischi si possono acquistare qui e, a parte i due dischi più recenti della Matador, tutti gli altri sono acquistabili in modalità “you name the price“, che significa che sono a offerta libera.
Per me, alla pari di Courtney Barnett con Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit, Teens of Denial è decisamente il disco più bello che ho sentito da parecchio tempo a questa parte. E più che ripeterlo io non posso fare.

laccanzone del giorno: Car Seat Headrest, ‘Fill in the blank’

I Car Seat Headrest sono una band americana in giro da un sacco, dodici album finora, ma è con l’ultimo disco, Teens of Denial del 2016, che si sono imposti all’attenzione dei più attenti. I quali, poi, l’hanno detto a me. Notevole Fill in the blank, che propongo qui sotto, ma anche la lunga Vincent, la bellissima Drunk Drivers/Killer Whales, che esplode da 3:18, quando si parla delle balene. Ma il pezzo migliore è quello qui sotto, a parer mio, che a me richiama gli Strokes di una volta, quelli buoni, quindi buon divertimento.

Due o tre volte e il ritornello, You have no right to be depressed / You haven’t tried hard enough to like it / Haven’t seen enough of this world yet / But it hurts, it hurts, it hurts, it hurts, si impossesserà delle vostre menti come ha fatto della mia. Non c’è scampo.
Molto molto bravi, disco consigliato.
Ecco, sento che già il mio cervello si sta di nuovo spappolando, It doesn’t have to be like this / Killer whales, killer whales, It doesn’t have to be like this / It doesn’t have to be like this (chorus 3), non ho fatto in tempo a occuparlo con la prima.

satellite of love #44: il paradiso è questa cosa qui, altroché

La città rosa andalusa sopra Granada, l’Alhambra, uno dei rari posti nel mondo che valga qualsiasi spostamento, anche tre aerei, due pullman, un treno e cinque risciò consecutivi pur di arrivarci. Il premio sarà al di sopra di ogni sforzo: angoli di perfezione, armonia e bellezza impareggiabili, difficile trovare un concentrato tale che possa competere. Quando eravamo più furbi, tutti, e dagli arabi imparavamo a costruire piccolo e armonioso.
Dal satellite mostra tutta la sua estensione, si intuisce bene il palazzo di Carlo V – inserto successivo e si vede – e per un occhio che sa anche il Partal, probabilmente uno degli angoli migliori della città, basta cliccare.

Una cosa da fare, per godere al massimo di tanta delizia: salire la mattina presto – magari in inverno – e assistere all’alba dalla cima, quando il sole scavalca la sierra e colora le mura della città. Momenti di rara perfezione, come ho già avuto modo di consigliare.
La bellezza dell’Alhambra è tale che da secoli si diffonde nel mondo, anche in modo del tutto improprio, come per esempio a Köningsberg.

laccanzone del giorno: Flake music, ‘The Shins’

Qualche mese fa annunciavo come fringuello felice l’uscita del nuovo disco degli Shins. Oltre alla gioja, sulla fiducia, mi chiedevo se nel nuovo disco ci sarebbe stata una nuova New Slang o una nuova Phantom limb, che sono i loro due capolavori assoluti (e chi dice il contrario è un ciciulamentine).
Ora posso più o meno dirlo: no, non c’è.
Però, però, c’è altro: ora gli Shins hanno ristampato un vecchio disco, quando ancora si chiamavano Flake music (dal 1992 al 1997, all’incirca) e in quel disco c’è una perla che sta alla pari. Eccola.


E la cosa buffa è che la perla si intitola «The Shins», per far ancor più tortuosi i percorsi. Che matti, ’sti Flake music. No, Shins. No, Flake.
E grazie a scimpanzone che l’ha piazzata nella sua pleilista d’estate, qui.

laccanzone del giorno: Sister Sparrow & The Dirty Birds, ‘Borderline’

I Sister Sparrow & The Dirty Birds sono una band di New York che fa uno tra i funk-soul più interessanti del periodo, a parer mio. Sette elementi, quasi una medio-big band, guidati alla voce da Arleigh Kincheloe che ne è ovviamente l’elemento più distinguibile, danno decisamente il meglio dal vivo. Borderline è al momento la mia canzone (loro) preferita, eccola qua.

Centocinquanta date live all’anno da sette anni in giro per gli USA, sono una delle band da seguire, secondo me, e che servirebbe vedere dal vivo, per quel che promettono. Magari in Giamaica nel 2018.

laccanzone del giorno: Larkin Poe, ‘When God closes a door’

I Larkin Poe sono un quartetto rock di Atlanta la cui linea avanzata sono due sorelle chitarriste, una slide e l’altra no, per cui verrebbe da chiamarli le Larkin Poe. Battezzate affettuosamente ‘le piccole sorelle degli Allman Brothers‘, sia per la comune origine che per una certa predilezione per il root rock, devo dire che è difficile resistere.
Il loro secondo disco, Reskinned, del 2016, è a dir poco notevole e una tra le canzoni migliori, con attacco irresistibile, è When God closes a door. Questa è la versione più sensata nonostante Skype che ho trovato nel sito dei videi:

Si trova parecchia roba in giro, segnalo il concerto che hanno fatto al Rock am Ring l’anno scorso, registrato con un telefono e ciò nonostante si sente la sostanza, parecchia. Da mettere e tenere su, eccome.

la gioja del disco nuovo: Hitchcock

L’uscita di certi dischi è gioja, gioja pura per me e per chi ha dalla musica un piacere non sporadico: Robyn Hitchcock, Robyn Hitchcock, uscito alla fine di aprile.
Se esistessero ancora i negozi di dischi, sarei corso.

Quei tocchi un po’ così che Hitchcock ha sempre, la camicia psicolica, il gatto da pensionato inglese, la copertina a mosaico, e un disco che giganteggia come sempre tra i generi più diversi: alla Johnny Cash alla festa del porcello, I Pray When I’m Drunk, al rock schitarrone e bello, I Want to Tell You About What I Want, la canzone che non capisci bene al primo giro ma che al secondo ti ha già conquistato nonostante il verso improbabile tra ritornello e titolo, Sayonara Judge, il pezzo da matto che più inglese non si può, Detective Mindhorn, il coutry minimo di 1970 in Aspic tutto in slide.
Insomma, il solito pazzo completo che sforna dischi a go-go che qui, io, non si può non amare parecchio.

laccanzone del giorno: Bronze Radio Return, ‘Up, on and over’

I Bronze Radio Return sono una band americana, connecticana, in giro da una decina d’anni e al quarto disco, in forma di sestetto come prescrive la legge dell’indie rock (che non vuol dire un cazzo ma si usa), ovvero con banjo e armonica. Non una gran presentazione, in effetti potevo farla più entusiastica, ma basta ascoltarli: notevoli.

La loro capacità di rilasciare singoli a effetto non è sfuggita a molti e, da ora, a me: tour in giro per gli Stati Uniti, aperture per la grandissima Grace Potter e, per dire la grandezza, Nikka Costa. Un ascolto e mezzo e sarete loro per un po’.