Ora che abbiamo festeggiato degnamente la nascita di quest’uomo, andiamo avanti.

Ah, e grazie tante per l’oro e per l’incenso, ma per la mirra non dovete disturbarvi, la prossima volta, d’accordo?
Ora che abbiamo festeggiato degnamente la nascita di quest’uomo, andiamo avanti.

Ah, e grazie tante per l’oro e per l’incenso, ma per la mirra non dovete disturbarvi, la prossima volta, d’accordo?
Delle ottomila che potrebbero andare storte, le prime cose sono andate bene: il telescopio spaziale più potente di sempre è partito per la sua missione, ossia piazzarsi a 1,5 milioni di chilometri dalla terra, dispiegare lo specchio più grande mai visto nello spazio, composto da diciotto esagoni per convogliare le immagini, e cominciare a guardare nello spazio profondo. Poi aprirà uno scudo termico grande come un campo da tennis per ripararsi dal calore e mantenere la propria temperatura a duecentotrenta gradi sotto zero.
Il James Webb Space Telescope, JWST, intitolato con poca felicità al secondo amministratore della NASA e non a qualche scienziata/o di merito, è uno scoppolone rispetto al meritevolissimo Hubble e permetterà cose mai viste prima. Ma dire che la cosa è complessa è dire poco, stiamo assistendo al risultato di venticinque anni di progettazione ed esperimenti, l’emozione è tanta.

Se tutto dovesse andare come previsto, il JWST permetterà di guardarci attorno per circa cinque anni, forse qualcosa di più, osservando gli eventi dell’universo più vicini al big bang senza le interferenze della terra. Poi, siccome è davvero molto lontano e non potrà ricevere né manutenzioni e, tanto meno, carburante, smetterà di funzionare. Ma se le ottomilamilioni di cose che devono andare per il verso giusto lo fanno, vedremo davvero cose inimmaginabili.
Buon viaggio, specchione.

Le inesauribili meraviglie della metro di New York.
Oggi è Festivus. Auguri a tutti.

Dalle 16:58 di oggi è inverno.

Perché è solfrizzio, d’inverno appunto, e le processioni e gli azimutali e inclina di qua e inclina di là, allontana e poi avvicina e poi di nuovo allontana, insomma tutte le persone di buona cultura sanno come funziona: a un certo punto, cambia la stagione. E questa è particolarmente bella per chi, come me, funziona meglio col freddo.
Buon inverno ai buoni e agli altri, tutti, niente di niente. Perché dovevano pensarci prima.

Il vero film di natale, altro che tuttinsiemeappass e poltronaperdue.
Coppia di ottime notizie: dopo la morte della vecchia, la vittoria di Gabriel Boric alle presidenziali cilene. Sia per lui, che proviene dal movimento studentesco, è giovane e critico con il sistema neoliberale cileno, sia perché ha ricevuto l’appoggio convinto degli elettori, mai così numerosi, sia perché ha sconfitto José Antonio Kast, candidato di estrema destra, disgustoso fascista sostenitore di Pinochet, omofobo e contro ogni forma di immigrazione. Come se tutti loro non fossero lì per quel motivo.

Prendetevi tre anni di tempo. Ovvero, 1001 giorni, fine settimana esclusi.
Un album al giorno tra i 1001 che Robert Dimery ritiene che noi si debbano sentire prima di morire.



Si può naturalmente fare in autonomia, e io modestamente lo feci, oppure usare questo comodo servizio. Una volta al giorno, una volta creato il progetto, verrà indicato un album da sentire. Oh, giovani: per intero. So che non usate ma una volta era così e i dischi erano concepiti per essere ascoltati per intero. È possibile anche selezionare i generi ma questo contraddice, a parer mio, l’idea iniziale: farsi una cultura in campo musicale. Intendo: quasi tutti i generi, tranne classica, all’incirca.
Il progetto può essere messo in pausa, lo farà automaticamente se non vi farete vedere per quattro giorni consecutivi, terrà traccia della cronologia per non ripetersi, complimenti allo sviluppatore, Alexander Nilsson. E, magari, offrirgli una birretta, almeno. Su.
Io mentre scrivo queste righine sono a Let’s Stay Together di Al Green, 1972, genere che apprezzo. Miglior canzone che non conoscevo del disco: It ain’t no fun to me.
Ci risentiamo qui tra tre anni, all’una e quaranta.
Percorrere tutta la E30.
Forse la sigla non dirà molto ma indica la strada europea E30, una bella stradona di classe A ed essendo una dorsale Ovest-Est è quasi tutta bella dritta. Eccola, nella sua intera bellezza.

Poche sterzate. Si parte da Cork, facendola da ovest, traghetto, Inghilterra, poi è un po’ complicato perché da Felixstowe partono solo traghetti cargo, insomma si risolve, poi avanti – sommi capi – per L’Aia, Utrecht, Hannover, Berlino, a Francoforte sull’Oder si scavalla in Polonia dopo una bella indigestione del piatto Brandeburgo, Poznań, Varsavia, da Terespol via in Bielorussia verso Brėst, che non è quella ma l’altra, fino a Minsk, da lì si segue l’itinerario asiatico AH6 andando in Russia, passando da Mosca, sosta, e dritti fino a Omsk. Dove, se uno è fortunato, ci sono quaranta gradi d’estate e quaranta sotto zero d’inverno. Cosa chiedere di più?
5800 km complessivamente (qualcuno dice 6530, le fonti sono confuse), è la nostra highway 61, mi attira. Vorrei comprare una Zhiguli, fare tutta la E30, rivenderla a Omsk e prendere l’aereo. Per Novosibirsk. Così. O, volendo, si può curvare e pigliare la AH6 dell’Asian Highway Network, che arriva a Busan, in Corea del sud. Non male.
Secondo gugolmaps sono meno di 6400 chilometri e in settantacinque ore secche ce la si fa. Però a Wexford c’è un cantiere, quindi non so, forse qualcosina di più.

Se le cose proseguono come in questo periodo, quasi quasi vado.