Luciano Bianciardi, arrivato alla Feltrinelli, all’inizio non guadagnava molto e faceva una vita piuttosto grama, mentre l’editore era spaventosamente ricco di famiglia. Ciononostante, Feltrinelli teneva molto ad essere considerato un semplice lavoratore della casa editrice al pari dei suoi dipendenti, e si era attribuito il cartellino numero 1 (ovviamente nessuno si sarebbe azzardato a controllare se regolarmente timbrato o meno). Una sera si presentò ad una riunione, appoggiò il suo bellissimo cappotto di cammello di fianco a quello di Bianciardi, voltato e rivoltato più volte, e cominciò a parlare di giustizia sociale e lotta di classe, per due ore. Alla fine Bianciardi, non potendone più, si alzò – gelo, perché non ci si poteva alzare quando parlava il padrone – guardò quel suo cappotto liso, batté la mano sul tavolo, prese il cappotto del Feltrinelli, se lo infilò, si pavoneggiò un attimo, si voltò, poi alzò il pugno e disse: viva la lotta di classe, e uscì.
Bianciardi, uno dei miei grandi amori. (Grazie C.).
Dunque, io vorrei dire che The bad guy è una serie che si fa seguire volentieri. Luigi Lo Cascio, che è uno che fa cose interessanti al cinema e in teatro, interpreta un magistrato che viene accusato di essere colluso con il superboss imprendibile della mafia. E da lì, succedono cose. La serie fa parte di quei pacchetti che una legge protezionista impone di produrre e girare in Italia ai broadcasters esteri che intendono proporre in Italia i propri contenuti e ne escono prodotti scadenti e medi – se Netflix assume come responsabile del settore una direttrice in uscita da RAI1 il rischio è un po’ quello, vedi Odio il natale – e buoni, The bad guy, che però è Amazon. Ironico, girato veloce, bella fotografia, scene incastrate una nell’altra, fa anche un po’ il verso alle piovre e sceneggiati del genere mafioso. Beh, a un certo punto della vicenda crolla il ponte sullo stretto di Messina.
Crolla perché, guarda te, costruito con materiali scadenti dalle imprese delle cosche. E uno, io, si chiede: è una scena plausibile, funzionale allo svolgimento della narrazione? Forse non del tutto, ma è divertente piazzarci una scenona catastrofica che fa da spartiacque nella storia e le cui premesse non sono del tutto infondate, in effetti. Ma per Salvini, che ebbro del suo ruolo di ministro delle infrastrutture ha fatto del ponte il suo argomento quotidiano guadagna-spazio sui giornali, no: «Non possiamo più accogliere in silenzio insulti e offese al nostro Paese. L’Italia da sempre crea capolavori ingegneristici dentro e fuori dai confini: il Ponte sarà l’ennesimo esempio di genialità italiana nel mondo» e aggiunge balordo: «Volere è potere». Certo. Il senatore messinese della Lega Nino Germanà e il presidente della Commissione Difesa della Camera dei Deputati Nino Minardo gli vanno dietro e avanti così. Ninonino.
Sarebbe bastata una battuta, il nostro ponte sarà molto più solido e ben costruito, vigileremo, bella idea di fantasia, ma che devo dirlo io? E invece no, quello ha l’umorismo dell’oratorio, quindi la prende seria, e i suoi epigoni si agitano come le bestioline sotto le pietre e poi scappano via. Ma abbiamo bisogno di questa gente? No, è ovvio, no. E allora perché? È sempre un bel mistero, un bel miscuglio di motivi non molto entusiasmanti. Ma io chiedo: qualcuno me la mostra, oggi, non ieri, oggi, la genialità italiana? Anche non nel mondo, mi basta in Italia. Anche due minuti, uno, di genialità italiana. Giusto per vederla, poi giuro mi tacerò per sempre. Di fronte alla genialità italiana.
Ancora e ancora e ancora. Non basta segnalare la completa assenza del governo e delle istituzioni nazionali o regionali, bisogna anche rilevare che questa sera la RAI trasmetterà un documentario sulla morte di Sergio Ramelli e su quella di Walter Rossi. Non l’undici, non il tredici, questa sera. Perché tutti i morti sono uguali? Bene, come volete. Niente di nuovo, proprio niente. Ed è per questo che dobbiamo ricordare ancora il dodici dicembre a Milano e le sue vittime ancora oggi. E lottare, ancora.
Chiariamo: i castelli sono una menata. Possederli, aggiustarli, custodirli, tetti, imposte, umidità, diritti di passaggio, travi. Il massimo sarebbe averli in comodato gratuito che se poi si rompe una tegola si avvisa il proprietario e ciao. Ecco, questo castelletto in comodato gratuito lo prenderei volentieri.
Giuste dimensioni e proporzioni. Château de la Motte, Château-Renard, Centre-Val-de-Loire.
L’umarell. Anche con le braccia incrociate davanti, son pose che usa per confondersi con l’ambiente. Ma io l’ho visto lo stesso anche col camouflage. E comunque: fammi spazio che non vedo.
Tra quelli bravi, le cose funzionano così, la dico volutamente specifica: quelli stanno facendo una cosa, la fanno sentire a questi, anche se è appena appena bozzata, questi reagiscono allo stimolo e ci fanno sopra qualcosa, quelli sentono e reagiscono a loro volta e vualà, saltano fuori le cose. Poi questi magari ci fanno anche l’assolo di chitarra, quelli aggiungono le tastiere, questi pigliano un vocoder ed ecco qua: Instant Crush. Più Strokes che Daft Punk? Può essere, ma se ne potrebbe discutere. Il bello di quelli bravi è che si mettono anche al servizio dell’idea, quando serve.
Mi parte proprio come un Alan Parsons Project, ma è un fatto di arrangiamento, più che altro, poi vira con il cantato e al ritornello la prima volta pare sbagliato, accelerato male, poi entra e non esce più: Now I thought about what I wanna say / But I never really know where to go / So I chained myself to a friend / ‘Cause I know it unlocks like a door. D’altronde, nella combinazione Daft Punk e Strokes, vivaddio, difficile ne esca qualcosa di meno che buono. Non ha nessuna caratteristica per essere un pezzo dei miei e, invece, lo è. Eccome. Magia della musica.
Anche quest’anno il cinque dicembre 1791 morì Mozart.
Mi ripeto ogni volta, se non devo dire io della grandezza del musicista, posso però dire anch’io della grandezza dell’uomo, illuminista, progressista, liberato dai lacci della servitù dei maestri di cappella e da quella dei principi, irregolare, scorreggione, uomo libero. Come non amarlo? Come non apprezzarlo? Come non ammirarlo?
«La nostra ricchezza muore con noi, poiché l’abbiamo tutta nella nostra testa e nessuno potrà sottrarcela, a meno che non ci taglino la testa e allora… non ci occorre più nulla».
Impareggiabile.
facciamo 'sta cosa
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