Nadia Battocletti – la ‘Batto’, come la chiama la mia amica G., ex atleta – ci ha dato grandi emozioni nelle gare degli ultimi mesi e in particolare a Birmingham, pochi giorni fa: le sue fughe matte sui 5.000 e sui 10.000 metri piani ci hanno emozionato e mi hanno riportato all’Alberto Cova di Los Angeles 1984. Lo sai che parte, lo sa lei e lo sanno le avversarie, che a volte provano a farle una scatola dei loro corpi intorno, chiudendola, poi la Batto a un giro dalla fine o poco meno indietreggia, esce a destra e parte come un missile lanciato verso l’avvenire. Quei cinquanta chili di corpo magrino e il volto concentrato e fisso in avanti danno la misura dello sforzo, che non si capisce dalla falcata imperiosa, lunghissima. Beh, emozionante anche a parlarne, qui gli ultimi tre chilometri dei diecimila, vai Batto.
Il mio pensiero va sempre a quelle due o tre disgraziate, sfatte dalla fatica, atlete eccezionali che corrono come nessuno al mondo che, mentre cominciano a intravedere l’arrivo, si vedono partire questo proiettile da dietro che corre come avesse appena iniziato un quattrocento metri e nei loro occhi si vede la delusione. Avessero una pistola la userebbero eccome.
La cosa bella, oltre alle gare e alle vittorie, è quanto racconta lei, la Batto: fan che, non sapendo dove scriverle, le mandano foto, dediche e disegni in Comune a Cavareno. Ed è bello che le scrivano, le mandino qualcosa di materiale, qualcosa di prodotto a mano e testa invece di pollici alzati su qualsiasi profilo. Questo mi piace, sa di antico e onesto, un po’ di fatica perdio.

Domani anch’io una cartolina alla Batto, in Comune. Bello.