minidiario scritto un po’ così di una toccata e fuga viennese: uno, fuori dal ring

Vienna, dunque. Oh, Vienna, sospiravano gli Ultravox, dai che ti aspetta cantava il più lirico e teorico Billy Joel, per lui significava pace e stabilità, ci dev’essere pure una canzone dei Pooh ma non indago. Di ogni cosa della vita, per quanto si punti in alto, c’è sempre una versione dei Pooh, voglio dire meno faticosa e di minor soddisfazione. Si può provare a raggiungere quel che si desidera o semplicemente diventare vecchi, diceva appunto Joel in quella vecchia canzone. This means nothing to me. Bisognerebbe anche andare al Zentralfriedhof a salutare Falco e il suo obelisco e, dai, Beethoven pure. Vienna leggera catturami un’altra volta, non è vero, sono andato a vedere ma mi viene più in mente il Waldheim di Lou Reed, Oh, is it true there’s no ground common enough for me and you?, proprio bravi questi austriaci. Oddio, anche le Nazioni Unite, eh. Musica, comunque, inevitabile. C’è anche Mozart, da qualche parte e Kruder & Dorfmeister pure. E andiamola a sentire battendo le mani a tempo questa marcia di Radetzky, dunque.

C’è un certo sollievo nel visitare città già viste, nel senso che si è sollevati dalla visita dei luoghi imperdibili, la torre Eiffel, il Colosseo, l’acciaieria di Dalmine. Così è più bello girare, alimentando il desiderio eventuale di musei secondari, vie meno centrali, luoghi meno scontati. Per esempio, a parte un’incursione all’Albertina, stavolta io vorrei stare il più possibile all’esterno del ring, ovvero dove sta il novanta per cento della città di Vienna e dei viennesi. Vedere le altre quattro flakturm che mi mancano, andare a nord a vedere certi esperimenti di abitazione sociale, qualche zona meno ovvia. Mi aiuta la mia solita mappetta che riporta i luoghi notevoli visti e quelli da vedere.

Dopo poco conosco P., romano arrivato qui trent’anni fa inseguendo un’ungherese, ah il cuore, e poi rimasto qui. Come tutti loro, quando accenno di aver vissuto a Roma, si aprono e diventa accoglienza al compaesano come fossi un corleonese appena uscito da Ellis Island. Chiacchieriamo, riassumiamo vite per sommi capi, mi dà alcuni suggerimenti notevoli, per stasera per esempio. Mi dò da fare per compiere il mio piano e mettere su qualche chilometro sulla giornata – che mi permetterà poi di eccedere in serata – e passo per enormi hof, condomini colossali con cortili altrettanto, tornerò su questo, viuzze deserte, il canale del Danubio, ben più interno del fiume, piccoli aggrumi di case medievali, una chiesa greca ortodossa, case dalle facciate liberty fantasiose, la casa viennese di Billy Wilder, l’ufficio centrale delle poste, un capolavoro modernista di Otto Wagner:

La tappa successiva è Augarten, un parcone residuo di una residenza, omonima, con castello e gran giardino. Nel parco, enorme, i nazisti ben pensarono di piantare due flakturm, torri di contraerea, alte decine di metri, sessanta credo, per milioni di tonnellate di cemento armato. Con muri spessi otto metri, sono pressoché indistruttibili, ne avevo già parlato per Amburgo. Restano a memoria, più che della guerra di una pervicacia devastante che spinge a impiegare tutte le risorse per catafalchi del genere e cose che esplodono invece che lavorare per un minimo di convivenza civile e armoniosa. Sono lì da vedere e soppesare, sarà una roba da stronzi?, per fortuna sotto le persone si dilettano.

E a Ulisse rimorde la coscienza – sia chiaro, è giusto così – per aver ingannato col cavallo gli abitanti di Troia e aver distrutto con l’inganno ciò che era sacro, qui volavano bombe dappertutto in nome dello spazio vitale e della supremazia. Per concludere sontuosamente, mi presento con una wiener schnitzel in corpo e largo anticipo sulla piazza del municipio, ottocentesco e nazionalista, un classico, per partecipare al Wien film festival 2026: schermo gigantesco, posti a non finire, compresi lettini per svaccarsi felicemente, birre e bratwurst, tutto gratuito tutto aperto, persino i piatti sono di ceramica e i bicchieri di vetro perché le persone li riportano, zero plastica. Stasera la Wiener Staatsopera nel Faust di Gounod, pieno zeppo e non di soli vecchioni. Si può fare?

Sì, si può fare (tuono). Sul quotidiano, anche qui vivono molto meglio di noi. Tutto il festival è a tema musicale, visto dove siamo, ma non necessariamente classico: a breve i Coldplay e Amy Winehouse, sempre in pellicola. Le persone sono contente, partecipano e io con loro.


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