minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei vaccini: giorno zero

Un dolore persistente e penetrante alla gambaculo mi suggerirebbe di non muovermi.
Questo in tempi normali. E ragionevoli. Ma siccome son tempi stracciati e la mia paura di ritrovarmi in breve alle prese con i delirii governatoreschi arancione aggravato è forte, vado lo stesso. Però da persona ragionevole e sensata quale vorrei dare l’impressione di essere, stringo un patto con il medico: uno zaino di non più di dieci chili. E moderazione nei gesti atletici. Sottoscrivo con la goccia di sangue rituale ma sto pensando solo al primo termine dell’accordo, il secondo vedremo.
Considerando che il notebook con cui scrivo le sagaci noterelle che tanto mi fanno contento pesa due chili e che la macchina fotografica con cui corredare il tutto ne pesa più di uno, il gioco è praticamente fatto. Nello zaino mi ci stanno solo un secchiello per conservare le bottiglie in fresco, due cerbottane (una lunga e una no), una piccola riproduzione della villa Medici di Velazquez con modesta cornice lignea e una scatola di Indovina chi?. C’è ancora spazio solo per il doping, stavolta necessario per affrontare il viaggio, causa il male detto. Una bella mistura fatta da due parti di antidolorifico, una di sputnik, mezza di pfizer, un goccio di 5g, due grammi di mdm, un cucchiaio di prosecco, cinque litri di sciroppo Fabbri all’amarena. L’acqua brillante conto di trovarla in giro. Assumere rigorosamente a stomaco vuoto. Tutto il resto, cambi, spazzolini e balsami, li lascio a casa. Il signore pensa a vestire gli svestiti e, spero, anche agli assenti di ricambio.
Poi ci sono le robe non mie, che già io sarei stato a posto: il green pass, cartaceo e digitale, le mascherine, il dPLF, altresì noto come PLFs, cinque o sei autocertificazioni varie a seconda del paese di transito, la connessione sempre aperta con re-open EU e viaggiaresicuri per non perdermi alcuna novità burocratica, forse scampo pure qualche tampone che comincia a fare capolino oltre la vaccinazione. Non è che uno se ne possa andare in giro con lo sguardo per aria, sereno, con una pagliuzza in bocca e una barca nel cuore, diciamo.
Vabbè l’ho fatta anche troppo lunga: io vado. Domani mattina presto valico la frontiera, se riesco, e ridiscendo di là verso tutte le avventure che riesco a pigliare.
Ma non starò affànacazzata, me chiedo di tanto in tanto? O chiedo per un amico? Può essere, caro, può essere, lo scopriremo tra qualche giorno. Sicuro.
In attesa di scoprire il vero, mi godo la serata, l’attesa della partenza e tutto lo spettacolo.

Ci vediamo di là.


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ancora Bologna, ancora il due agosto (e son quarantuno)

È di nuovo il due agosto, come scrivevo l’anno scorso molto sappiamo della strage, degli ambienti in cui maturò, di chi vi prese parte.

Oggi sappiamo qualcosa di più anche sui mandanti, sebbene sia l’ambito ancora più oscuro, e la situazione è in movimento: è di qualche giorno fa la deposizione dell’ex-moglie di Bellini che ne ha smontato l’alibi, arrivò a Rimini molto più tardi, quella mattina, e il volto che appare nel video in stazione è il suo. Quell’alibi che gli permise di uscire dal processo e che invece, ora, lo fa rientrare a pieno titolo come quinto uomo.

Si ricorda e si continua a cercare, ogni pezzo in più è un piccolo riconoscimento alla memoria dei morti, almeno si sappia come e perché, che i colpevoli paghino.
E a questo punto dovrebbero entrare in gioco gli storici, ce n’è bisogno.

e per il premio ‘supermerdona’ il vincitore è…

Ancora l’Attilio!

L’Italia, diceva poco tempo fa, non può «accettare tutti», poi purtroppo spiega anche perché. «Non possiamo perché tutti non ci stiamo, quindi dobbiamo fare delle scelte. Dobbiamo decidere se la nostra etnia, se la nostra razza bianca, se la nostra società deve continuare a esistere o se deve essere cancellata».
Era solo il 2018, che bei ricordi, chiaro che se il nero viene qui, non rompe i maroni e vince le medaglie per noi, allora va benissimo. Abbiamo vinto.