Chissà perché mi aspettavo un treno – come quello di Bob Kennedy che percorse l’America o quello che portò la salma del milite ignoto da Aquileia a Roma, ovvero viaggiare a due all’ora per permettere il saluto delle persone – e invece no, la salma della regina viaggia in auto per la Scozia, poi in qualche maniera arriverà a Londra. È pieno di fotografie che ritraggono il corteo, come questa scattata a Banchory:
Photo by Peter Summers/Getty Images
Ma la migliore che ho visto finora, ed è il senso di questo post, è questa, su una panchina a Ballater, vicino ad Aberdeen:
Photo by Jeff J Mitchell/Getty Images
Mi immagino non si tratti di un monarchico realista, visti i fiori e l’atteggiamento composto e in disparte mi pare più un omaggio personale nei confronti di Elisabetta. Forse un innamorato? Un giovane pretendente? Difficile stia su una panchina, oggi. Più che altro, mi piace immaginare, un mazzo di fiori in omaggio a un pezzo di gioventù che se ne va, a un pezzo di vita giovanile e non che scompare, a una figura emblematica di tutto questo ma, in fondo, a sé, un omaggio al proprio passato.
Spero non sia stata anche stavolta il riciclo di “Candle in the wind“, altrimenti il ritornello “you lived your life / Like a candle in the wind” sarebbe proprio da immaginare come un cerone bello grosso. (Era “Don’t Let the Sun Go Down on Me“, per memoria).
Tra l’altro, a Sansepolcro qualche anno fa infuriava il dibattito sulle origini della città, con il dottor Benini che ipotizzava l’accampamento romano e il dottor Ribalta (nomen) che ne contestava le premesse, con pubbliche interminabili discussioni tra i maggiorenti. Ma c’era un vizio di sostanza, nel senso che i due erano cognati, si sospetta che parte dell’acrimonia fosse per quella ragione. Chissà le cene di natale.
Comunque, riprendo. Scendo dal tempietto di Valadier, proseguo per la gola di Frasassi e vado a Fabriano. Esattamente, quella di tutti i nostri album da disegno. In realtà, a dirla bene, la cartiera che fa gli album che conosciamo tutti si chiama Milani ma è ormai per antonomasia ‘Fabriano’, perché nel tempo si è comprata tutte le altre cartiere della zona, centinaia. Poi, che al mercato mio padre comprò, a sua volta è stata comprata dalla Fedrigoni di Verona, stesso settore, e poi tutto il gruppo dal fondone Bain Capital di Boston, e ciao carta italiana prestigio nel mondo. Se lo stesso gruppo industriale della carta si è ridotto di parecchio, 550 operai oggi contro le migliaia di un tempo, il vero lavoro novecentesco a Fabriano veniva dal gruppo Merloni, un colosso degli elettrodomestici e primo produttore italiano, per citare un po’ di marchi Indesit, Scholtès, Philco Italia, Ariston Thermo Group, più interessi diversificati come la Benelli di Pesaro, motociclette, e via così. Parlo al passato perché nel 1975 il marchio ha cessato di esistere, i marchi scorporati in attività autonome quando non scomparsi, per poi entrare in crisi in anni recenti. Tanta era la ricchezza di questo piccolo borgo quanto lo è la crisi attuale, che si manifesta con la disoccupazione al venti per cento e poche opportunità in valle, se non il turismo più su. Ma il turismo degli stabilimenti abbandonati è ancora troppo di nicchia per contarci fino in fondo.
Venire qui, a Fabriano, e non imparare nulla sulla carta e sulla sua storia sarebbe proprio da stolti, allora mi ci metto e due cose le memorizzo. Tocca abbozzare ma anche questa cosa, la carta, l’hanno inventata i cinesi, e ben prima di Cristo, le ultime ipotesi parlano del secondo secolo prima. Mantennero il segreto a lungo, incredibilmente, perché mille anni dopo erano ancora gli unici a produrla, tutti gli altri a papiro e pergamena. Si ipotizza, poi, che la formula segreta sia passata a noi per via degli arabi, attorno al 750, ma gli studiosi non sono ancora concordi su come ciò sia avvenuto. Io non so niente, per carità, ma un paio di giorni fa sull’appennino tosco-emiliano sono passato da un paese che ha un nome significativo, Mercato Saraceno, secondo me qualche indizio qua e là c’è. Comunque, appreso il segreto, ovviamente poi il genio italico – ah, le narrazioni locali – ha perfezionato il prodotto, migliorato, inventata la filigrana, usato i magli verticali che sfibravano canapa e lino più velocemente e meglio e siamo diventati campioni del mondo nella carta. Va bene. Anche se ricordo in Cina certe carte che erano proprio difficili da battere. Ecco, ultima cosa: fino a metà dell’Ottocento, quando il monopolio della carta europea era in mano agli inglesi, la carta si faceva con gli stracci. Il passaggio alla polpa di legno si deve a loro.
Diluvia, ma come accade spesso d’agosto basta sedersi al riparo e aspettare. Con tutte le richieste d’acqua finora, sarebbe poi vergognoso lamentarsene. Quando spiove, saluto Fabriano e vado a Gubbio, pochi chilometri a est ma, di nuovo, passaggio di regione. La piana nella quale sorge è davvero strepitosa, coronata da colline e qualche monte un poco più alto, il monte Ingino, attraversata da due torrenti, Camignano e Cavarello che, essendo torrenti al momento non esistono, e cielo limpido. Una meraviglia. A dire Gubbio di solito viene in mente il santo Francesco e il lupo, ovvero il fatto miracoloso: «Vieni qui, frate lupo, io ti comando dalla parte di Cristo che tu non facci male né a me né a persona» e quello buono. Io sono qui non per quello, non sto facendo il cammino di Assisi, bensì per i Montefeltro, ancora. Federico di Montefeltro, associato perlopiù e giustamente a Urbino, ne scrivevo anch’io qualche mese fa, in realtà nacque qui, a Gubbio, figlio di Guidantonio conte e di madre ignota. Ahi. Si ritrovò così ad avere davanti un altro erede, tale Oddantonio e, di conseguenza, a essere mandato via da Urbino e ad essere addirittura scambiato come ostaggio dai veneziani. Dopo un po’ di vagolamenti fruttuosi, condottiero persino a Milano, ecco arrivare l’opportuna congiura che elimina Oddantonio, chi l’avrebbe detto?, ed ecco spalancarsi le porte del potere, Urbino e il Montefeltro. Fe.Dux. Talmente bravo, Federico, da non risultare mai coinvolto nella congiura, quando è evidente che era quello che ne aveva più da guadagnare. Gubbio, insieme a Urbania, divenne un luogo di soggiorno e di esercizio del potere, oltre naturalmente a Urbino, per cui venne dotata di opportuno palazzo ducale, con gli stessi crismi del principale. Ovvero, cortile rinascimentale, architravi delle porte marchiati, studiolo meraviglioso tutto in legno intarsiato, gemello di quello urbinate. Il principio che sottintendeva tutto quanto, lo studio e la pratica delle arti nell’esercizio di governo, è ben riassunto nei versi dell’Eneide nello studiolo: «Fisso a ciascuno il suo giorno, breve e irrevocabile il tempo / Della vita per tutti: gloria allargar con le azioni, / questo ottiene virtù».
A fine Ottocento, sto correndo ma le cose da dire sarebbero moltissime, il palazzo fu acquistato dai ricchi Nonmiricordochi, e spogliato di ogni cosa vendibile. Compreso, horribile dictu, lo studiolo, smontato, venduto a Nemmenoquestomiricordo che lo fece rimontare nella propria villa di Frascati per poi, sciagurato anche lui, rivenderlo al Metropolitan Museum di New York. Beh, almeno è visibile e non privato, infatti io l’ho visto là. Alcuni anni fa, finalmente, il comune di Gubbio ha ingaggiato due ebanisti falegnami bravi e ne ha fatto fare una copia che sta dove dovrebbe l’originale. Visitare il palazzo e vedere il vuoto con lo spiegone “Qui una volta c’era…” sarebbe stato parecchio frustrante. A ogni modo, a voler vedere un lato positivo nella cosa, è stato grazie anche a episodi del genere che il nostro paese si è dotato, prima di tutti, di una legislazione appropriata che impedisce l’esportazione e la vendita di beni culturali senza l’approvazione dello Stato. Ma a volerlo, proprio, comunque bene anche la copia.
Il malfunzionamento, mi tocca dirlo: orario di apertura ufficiale del palazzo ducale, otto e trenta, sta scritto sugli enormi gonfaloni a fianco dell’entrata e, soprattutto, sul sito; a fianco della porta di entrata, come spesso accade, un A4 stampato e infilato in un ercole, cioè la busta di plastica, che dice le dieci. E sono le dieci, effettivamente, nonostante alle otto e mezza siamo in dieci davanti all’ingresso con aria interrogativa. Si fa, così? No. Almeno cambiarli sul sito, gli orari, vivaddio, che è la fonte primaria dei turisti. Eddai, che costa? Li avranno cambiati su facebook, gli scellerati. Certo, poi il trucco del viaggiatore sta nel far diventare l’inghippo occasione più propizia, quando è possibile, e stavolta è possibile: poco più in basso c’è una terrazzona-giardino pensile con caffetteria a baracchino che pare mandata dal signore, cappuccione e attesa con vista panoramica da cartolina. Ed è qui che, beandomi dell’occasione, concludo per oggi, avendone dette abbastanza.
Questa è un’appendicina per una cosa davvero notevole. In questo minidiario mi sono lamentato di alcuni disservizi e malfunzionamenti, Ravenna poi Cesena, ce ne saranno anche per Gubbio, e quelli restano. Però a Sansepolcro mi è capitato non un malfunzionamento ma un funzionamento talmente bello che mi ha entusiasmato. Il “più bel dipinto del mondo” di cui parlavo qui sotto è un affresco, si sa, e sta sul fondo di una sala cui hanno attorno costituito il museo. Sulla parete opposta c’è una portona che resta chiusa durante l’apertura del museo. Ma viene aperta quando il museo è chiuso.
Esatto, la Resurrezione di Piero della Francesca a vista, tutta la notte. C’è un cristallo anti-esplosione nucleare in mezzo, chiaro, ma questo è tutto. Chiunque, al ritorno da una pizza o completamente sbronzo, dopo aver ucciso il marito e prima della questura, o prima di lasciare Sansepolcro per sempre, può fermarsi e guardarselo per tutto il tempo che vuole. Alle dieci di sera come alle sei del mattino. Io questa cosa la trovo strepitosa, m-a-g-nn-i-f-ic-a-a, meravigliosa. La bellezza a disposizione, lì. E ci saranno anche turisti che si vedono la Resurrezione in questa maniera senza andare al museo il giorno dopo, e allora? Allora va bene così. È la realizzazione e resa concreta dell’idea del patrimonio comune, il bene è davvero a disposizione di chiunque ne voglia fruire, l’idea è talmente semplice e bella da essere avanzatissima, guardandosi attorno. Emozionante anche solo raccontarlo.
Ero ad Anghiari, sono a Sansepolcro. Ancora fuori dalle mura mi accoglie l’orrendo coso, che da un manifesto solitario celebra l’appuntamento di Pontida cercando di assumere un’espressione compresa, battendosi il pugno sul cuore. Niente da fare, pare sempre il cugino scemo cui tutti dicono di fare domanda per il reddito di cittadinanza e di smettere di mangiare bomboloni al compiuter. E io sarei qui per la bellezza, la bellezza di Piero della Francesca e l’ingegno di Luca Pacioli, meglio che entri in fretta.
Nessuna sorpresa, in fondo parecchie cittadine toscane, umbre e marchigiane sono amministrate da sindaci leghisti, tra cui appunto Sansepolcro, lista civica più lega. Il manifesto del ciula non è quindi campagna elettorale ma normale informazione delle attività culturali leghiste. Una in tutta Italia e nemmeno un granché. Nessun altro segno della campagna elettorale, come non ci fosse. Chiaro che sono qui per vedere la Resurrezione di Piero della Francesca, quell’affresco con Gesù che risorge dal sepolcro con quei due occhioni fissi e sotto di lui i soldati addormentati, tra cui uno con il volto del pittore. Aldous Huxley lo definì “il più bel dipinto del mondo”, ovviamente argomentando un po’ di più di quanto io riporti qui, se ne potrebbe discutere. Comunque, quando il generale Clarke, parole sue, pianificò il bombardamento di Sansepolcro nell’avanzata alleata, si ricordò delle parole di Huxley e decise di evitare. Ora, due considerazioni che mi vengono così: uno, che bello avere un generale in comando che ha studiato la storia dell’arte o comunque ne ricorda alcune valutazioni critiche al punto da modificare il piano di guerra per salvare un affresco; due, saranno stati poco contenti i proprietari del secondo più bel dipinto del mondo che, invece, si saranno visti piovere in capo le bombe, perché non all’altezza. E il terzo, quarto e così via. Peraltro, a pensar male, se avessero bombardato il primo sarebbero pure saliti in classifica, risparmiandosi magari le prossime bombe.
Mi sposto a un tiro di schioppo e sono a Città di castello. Qui si viene, e lo feci anch’io trent’anni fa, per vedere Burri, che donò la sua propria collezione alla città (di castello). Ma allora dovevo vedere e imparare tutto, oggi Burri mi interessa molto meno, anzi niente, quindi salto a cuor sereno. Io sono qui perché è una graziosa cittadina e poi vorrei vedere alcune cose di Raffaello, Signorelli e Vasari. Per esempio, la chiesa di san Francesco che contiene lo sposalizio della Vergine di Raffaello, l’adorazione dei pastori di Signorelli, la cappella Vitelli progettata da Vasari e la sua incoronazione della Vergine. Beh, Raffaello fu rubato dai soldati napoleonici e ora è a Brera, Signorelli finì sul mercato antiquario e ora alla National gallery di Londra, gli è rimasto Vasari, che bella la cappella ma la pala insomma. Ai tifernati – sì, si chiamano così i cittadini di Città di castello – le balle ancor gli girano: “lo sposalizio della Madonna (…) possiede ora Milano / invidiata ricchezza del suo ricchissimo Brera” c’è scritto su una grossa lapide sul muro esterno. Dentro, riproduzioni. Dei cinque quadri che Raffaello dipinse in città, ne è rimasto solo uno, molto rovinato e molto giovanile, inevitabile esser seccati.
La città (di castello) è comunque un paesone, senza offesa, la sera c’è la tombolona con l’istrionico Ottaviani, si canterà il paguro Bernardo e il divertimento è assicurato, se nun me voi scippà ‘r culo (citazione dovuta dalla più grande attrice di sempre, concittadina). Nella sede del PD in piazza non c’è nulla, nemmeno un manifesto, non sembra nemmeno essere coinvolto nella competizione elettorale. In città idem, nessun manifesto o striscione. Un sacco di scritte no vax, piuttosto, decine e decine, ma dopo un po’ mi rendo conto che la mano è sempre la stessa, servirebbe un calmante più che un vaccino. Per chiudere con Città di castello, vado a visitare palazzo Vitelli, anche qui la mano è di Vasari, con una facciatona istoriata bianco su grigio come i toscani ben sanno fare. I Vitelli fecero fortuna come condottieri al soldo di chi convenisse, cosa che si guadagna bene ma è pericoloso, specie se a un certo punto ci si mette al servizio di un gran filibustiere come Cesare Borgia, il duca di Valentino figlio di papa, e poi si ha la bella idea di ordire una congiura contro di lui. Finisce che si viene invitati a un banchetto e, alla fine, si viene strangolati. Machiavelli nel 1503 scrisse il trattato “Descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il Signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini”, vualà. Riina poi copiò la cosa, trovandola interessante.
Mi sposto a Umbertide, graziosa cittadina fortificata sull’alto corso del Tevere cui venne in mente a un certo punto di ingraziarsi il re cambiando nome, che idee, e poi proseguo per le gole di Frasassi, che sono spettacolari per quanto sono ripide. Non vado alle grotte, già provvide una gita scolastica molto tempo fa, ma mi inerpico per una breve salita per vedere il tempio di Leone XII di Valadier. In una grottona in mezzo a una parete verticale si costruì un tempietto in onore del papa locale di rara grazia e proporzione (il tempietto, non il papa), in travertino opaco che fa proprio una gran figura. D’altronde, era Valadier, il suo villino sul Pincio a Roma è un’altra meraviglia, lo acquisterei volentieri. Perché Leone XII fu un bravo papa, dicono sulla lapide sul tempio, aprì vie, costruì case in paese – il resto dell’attività papale non pare interessi – ed “avrebbe più largheggiato se più avesse vissuto”.
In realtà visse abbastanza perché Pasquino scrivesse: “Qui della Genga giace, per sua e nostra pace”, e Genga è il paese natio, proprio qui dietro, ma non è la cosa interessante. La cosa interessante, almeno per noi ora, è questa: nel 1820 nello stato papale imperversò un’epidemia di vaiolo e il gonfaloniere Monaldo Leopardi, sì quello, nel 1822 istituì l’obbligo di vaccinazione. Eh sì. Ma attenzione: anche il fatto che la vaccinazione fosse gratuita. A fronte, però, del malcontento della popolazione contadina per l’obbligo vaccinale, che ritenevano pericoloso, il papa Leone XII cancellò la norma nel 1824: «Rimane obbligo a Medici e Chirurgi condotti di eseguirla gratuitamente [la vaccinazione antivaiolosa], a quanti vogliano prevalersene, essendo questa la cura ed il preservativo di una malattia alla quale, come a tutte le altre, essi hanno l’obbligo di riparare», dalla circolare legatizia. Forte, eh? Anche stavolta non abbiamo inventato un bel nulla. Né il rimedio né le idee sciocche. È deprimente e consolante allo stesso tempo, sono confuso.
Io però sono al fresco della grotta e mi sono portato un panino che ho chiesto di imbottire a una gentile salumaia. Non c’è ristorante o trattoria o cucina gourmet che tenga per me di fronte a un panino mangiato all’aperto, in montagna o davanti a un bel vedere, imbattibile. Il prosciutto diventa ancor più buono. Anche la frutta, devo dire, i mandarini sulla neve sono strepitosi. Quindi, io ho il mio panino con crudo e formaggio del posto, si sta bene, il posto è bello, la storia su cui riflettere l’ho raccontata, intendo quella dei vaccini obbligatori e no, direi che sono a posto anche se manca ancora mezza giornata o quasi. A domani, dunque, ripartendo da Fabriano. Sì, quella degli album da disegno.
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