Essendo gli Who i più grandi di tutti, si potrebbe fare una rubrica con canzoni solo loro. Una tra le più belle in un disco tra i meno riusciti: They are all in love.
«Where do you fit in (fare il rumore della scorreggia con la bocca) magazine / Where the past is the hero and the present a queen / Just tell me right now where do you fit in / With mud in your eye and a passion for gin». Bellissima, tre minuti meravigliosi, se avete un cuore non potrà che andare in estasi. Se non l’avete, il problema è – chiaramente – un altro. [Qui la scena di Roadies, chi sa sa].
Nicki Bluhm, insieme ai Gramblers, è una musicista americana in giro da una decina d’anni a un certo livello: con una band di ottimi musicisti fa tour all’incirca da duecentocinquanta serate all’anno e se le merita tutte. Tutta sostanza, niente vaccate, tuning o campionamenti, solo tanta voglia di suonare e ottimo rock, in giro con gli amici, su e giù da un palco. Per intenderci, basta ascoltare Little Too Late, dal disco omonimo del 2013: qui nella versione pubblicata.
Ma non è su disco che danno il meglio, come dicevo: è dal vivo. Quindi, bisogna ascoltare dal vivo. Vualà, dal vivo nello studio.
Ma ancora non è abbastanza. Perché sì, suonano benone e Nicki guida il tutto ottimamente, ma ancora non sono al massimo. Perché il massimo lo danno tra una data e l’altra: viaggiando. Già, ma come si fa? Si piazza un telefono sul cruscotto e, guidando, si suona e si canta (in questo caso Hall and Oates), tanto la strada è dritta e non c’è un cacchio di nessuno.
Sì, sono le Van Sessions, e io l’ho amata fin dal primo secondo di assolo di kazoo. E via così, divertendosi per il gusto di farlo, quindi vanno benissimo Whitney Houston e George Michael, o le più serie (ahah) Stuck in the middle e Days like this. Quasi tutte le Van Sessions stanno qui e, finora, sono circa venticinque.
Da questa Van Sessions, poi, ne sono state tratte alcune performans più strutturate, all’interno di un grosso furgone, fermo, e la cosa è diventata una specie di marchio ricorrente per parecchie band in giro, le Jam in the van. Una cosa così.
Ma il meglio lo danno viaggiando per conto loro, tra uno stop e una serata, ed è così che è divertente ascoltarli, per me. In attesa di vederli il 6 ottobre a Venezia. Posto strano per la loro musica ma a me va benissimo, in attesa di andare a San Francisco, prima o poi. Easy.
Harry Nilsson è senz’altro l’uomo dei singoli: famosissimo per due canzoni che conosciamo tutti ma-che-non-sappiamo-che-è-lui, ovvero Everybody’s Talkin’ e Without you, che – ahah! – non sono sue. Ma lui di canzoni ne ha fatte parecchissime e molte di queste sono davvero notevoli: anche Lennon e McCartney apprezzavano. Tra le molte, una a me piace parecchio, ovvero questa, da Nilsson Schmilsson:
Ma è nel 1971 che mette del laim nel Coconut e da allora tocca chiamare il dottore, dactaaar. Genio, purissimo, altro che i gorilla sanremesi e le pirlate di oggi. Viva Harry Nilsson, dunque, lui che è diventato uno spaceman troppo presto ma che, per fortuna nostra, ci ha lasciato tante cose di cui essere contenti. Grazie, mr. Nilsson, che il laim non le manchi mai. Dactaaar.
Esse sono milioni, ma se si va a ben vedere si scopre che sono pochine davvero.
Una domus romana nel nord Italia, non ne resta molto perché sopra ci hanno costruito, per quello che posso intuire io, un palazzo cinquecentesco di dimensioni ragguardevoli e poi un comodo inserto in cemento, espansione in età fascista per rendere il palazzo una scuola per la fascistissima gioventù.
Ciò nonostante, sono rimasti – sotto a tutto – i pavimenti a mosaico di due ambienti, presumibilmente circondati da colonne, uno antistante l’altro.
Non sono sontuosi, non sono policromi, non hanno rappresentazioni complesse, sono semplicemente bellissimi: e il motivo è che è bastato pensarci, visto che uno è il negativo dell’altro. Stesse tesserine ma invertite.
Il tutto è, a parer mio, molto moderno. Ma non lo è, ed è un’altra cosa che, accidenti!, non abbiamo inventato noi. Come i passaggi pedonali, per dirne una.
I Car Seat Headrest sono una band americana in giro da un sacco, dodici album finora, ma è con l’ultimo disco, Teens of Denial del 2016, che si sono imposti all’attenzione dei più attenti. I quali, poi, l’hanno detto a me. Notevole Fill in the blank, che propongo qui sotto, ma anche la lunga Vincent, la bellissima Drunk Drivers/Killer Whales, che esplode da 3:18, quando si parla delle balene. Ma il pezzo migliore è quello qui sotto, a parer mio, che a me richiama gli Strokes di una volta, quelli buoni, quindi buon divertimento.
Due o tre volte e il ritornello, You have no right to be depressed / You haven’t tried hard enough to like it / Haven’t seen enough of this world yet / But it hurts, it hurts, it hurts, it hurts, si impossesserà delle vostre menti come ha fatto della mia. Non c’è scampo.
Molto molto bravi, disco consigliato.
Ecco, sento che già il mio cervello si sta di nuovo spappolando, It doesn’t have to be like this / Killer whales, killer whales, It doesn’t have to be like this / It doesn’t have to be like this (chorus 3), non ho fatto in tempo a occuparlo con la prima.
Dopo quasi dieci anni di peregrinazioni, le botteghe di trivigante sono tornate a casa.
920 fotografie (e post) testimonianze di commercio colpevole, dalla Norvegia alla Cina, dai fornai alle pompe funebri (outlet), dieci anni – come detto – di raccolte, grazie all’aiuto di AG, SF, AL, JO, LA, MB, FB, MG, MG, SB, MN, FM, FC e MM, nate prima come pagine statiche, poi erano diventate un blog come usava al tempo e, ora – finalmente! – tornate a casa, dentro trivigante.it: www.trivigante.it/botteghe
Un blog semplice, aggiornato e senza troppe pretese di aspetto, per mettere bene in vista le botteghe e niente altro sia sul web che, come impongono i tempi moderni, sui telefoni e su tutti i cosi. Ora le botteghe continueranno a crescere di qua e non saranno più, mai più, fuori di casa.
Ovviamente per chi vuole partecipare: posta[at]trivigante.it, luogo e tipologia. E titolo, se volete, il tutto ben gradito.
Questa è Tina Weymouth al massimo della sua grazia e della sua potenza musicale.
Tina Weymouth, come si può notare dalla scarsità di corde sullo strumento che impugna, di lavoro faceva la bassista. E mica la bassista qualunque, bensì – è fatto piuttosto noto nell’ambiente – nei Talking Heads prima e nei Tom Tom Club dopo.
Tra le tante cose che Tina Weymouth ha fatto, ce n’è una che ha segnato un’epoca: un giro di basso pazzesco, nel 1977. Ossia, la linea di basso di Psycho killer, una delle più riconoscibili della storia della musica, che da sola è sufficiente a reggere il peso di tutto il pezzo: quando sono all’autogrill che aspetto il Camogli carbonizzato e alla radio parte Psycho killer, il mio corpo si muove ancor prima che io lo sappia consciamente. È solo dopo che comincio a cantare «Qu’est-ce que c’est?», fa-fa-fa-ffà.
A dimostrazione di questo, cioè che questa linea di basso è talmente potente da poter sostenere parecchi confronti, basta ascoltare cosa ne hanno combinato quei criminali che scrivono le cose per Selena Gomez: Bad Liar, un singolo del tutto campionato che non varrebbe una cicca in croce se non avesse, appunto, una robustissima linea di basso sotto. E poi capita pure di riascoltarlo, da matti.
Un anno fa, esatto, ero a Roma, in largo Torre Argentina.
Che è un bel posto, vuoi perché c’è tutta l’area sacra da ammirare dall’alto, vuoi perché lì – proprio lì – ci hanno ammazzato Cesare, col tuquoque, il coltello, la statua di Pompeo e tutto il resto, vuoi perché le rovine non sono a disposizione degli umani turisti e cittadini ma solo dei gatti, colonia numerosissima, vuoi perché questo è sempre stato un posto importante.
Infatti, ecco cosa saltava fuori a scavare un pochetto, nel 1928.
La testona della Fortuna, colossale. Così ci si fermò e si abolirono, per fortuna, i piani di costruzione e si scavò l’area archeologica, per la nostra gioja attuale.
Contento per essere lì, mi è capitato di indovinare una foto, e qui la metto.
Qualche mese fa annunciavo come fringuello felice l’uscita del nuovo disco degli Shins. Oltre alla gioja, sulla fiducia, mi chiedevo se nel nuovo disco ci sarebbe stata una nuova New Slang o una nuova Phantom limb, che sono i loro due capolavori assoluti (e chi dice il contrario è un ciciulamentine).
Ora posso più o meno dirlo: no, non c’è.
Però, però, c’è altro: ora gli Shins hanno ristampato un vecchio disco, quando ancora si chiamavano Flake music (dal 1992 al 1997, all’incirca) e in quel disco c’è una perla che sta alla pari. Eccola.
E la cosa buffa è che la perla si intitola «The Shins», per far ancor più tortuosi i percorsi. Che matti, ’sti Flake music. No, Shins. No, Flake.
E grazie a scimpanzone che l’ha piazzata nella sua pleilista d’estate, qui.
facciamo 'sta cosa
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