{"id":4589,"date":"2010-06-08T08:19:09","date_gmt":"2010-06-08T06:19:09","guid":{"rendered":"http:\/\/www.trivigante.it\/public\/tregenda\/?p=4589"},"modified":"2010-06-08T08:23:27","modified_gmt":"2010-06-08T06:23:27","slug":"le-piroette-dellavvocato-calafato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.trivigante.it\/public\/tregenda\/2010\/06\/le-piroette-dellavvocato-calafato\/","title":{"rendered":"le ardite piroette dell&#8217;avvocato Calafato"},"content":{"rendered":"<p>La sera del 9 luglio 1943 gli alleati sbarcavano in Sicilia e l&#8217;avvocato Calafato, che sei anni prima si era sgolato urlando<em> &#8220;Duce, per te la vita!&#8221; <\/em>all&#8217;indirizzo di un Mussolini affacciato dal finestrino del treno, si premur\u00f2 di far sapere <em>coram populo<\/em> la propria posizione al riguardo:<em> &#8220;Viva la repubblica stellata!&#8221;<\/em>, grid\u00f2 con la convinzione eccessiva di chi si volta dove il vento gira.<br \/>\nE&#8217; questa la fine di un breve racconto inedito di <span style=\"color: #800000;\">Sciascia<\/span> dei giorni dello sbarco, giorni nei quali le frotte &#8211; scese da poco da un altro treno &#8211; fecero a gara per salire sul carro (armato!) del vincitore. Ecco il racconto.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 15px;\">La sera del 9 luglio 1943, nel caff\u00e8 che ormai da mesi il proprietario apriva soltanto per amore della conversazione, altro non offrendo agli avventori che gazose, il signor Chiarenza, impiegato municipale, accese la radio, gir\u00f2 la lancetta velocemente cogliendo un orizzonte di note e di sillabe, d\u2019improvviso la ferm\u00f2 su una parola italiana, una frase, un discorso. La voce era lontana, soffocata; sembrava galleggiare su un mare in tempesta. Ma quel che diceva della guerra, del fascismo, di Hitler sembrava abbastanza sensato, abbastanza vero. Il signor Chiarenza approvava muovendo la testa, gli altri si facevano attenti. Il pi\u00f9 pronto a prendere coscienza di quel che stava accadendo fu il brigadiere. Una prontezza professionale. Si alz\u00f2 e spense la radio con un colpo secco; gir\u00f2 terribile sguardo sulle facce degli avventori, lo ferm\u00f2 su quella, innocente e sorpresa, del signor Chiarenza. \u00abLei ha preso radio Londra\u00bb disse, sibilando collera. \u00abDavvero? \u00bb fece il signor Chiarenza. \u00abRadio Londra\u00bb disse ancora il brigadiere. \u00abNon lo sapevo\u00bb disse l\u2019altro. \u00abNon lo sapeva, ma approvava\u00bb disse il brigadiere. \u00abPer approvare, approvavo\u00bb; ammise il signor Chiarenza \u00abper\u00f2 credevo fosse una stazione italiana\u00bb. \u00abUna stazione italiana!\u00bb il brigadiere quasi soffocava. \u00abE le cose che ha sentito lei crede che potessero venire da una stazione nostra?\u00bb. \u00abLe abbiamo sentite tutti\u00bb precis\u00f2 il signor Chiarenza. \u00abGi\u00e0\u00bb disse il brigadiere: e nella sua espressione la collera si ritir\u00f2 per cedere alla preoccupazione, all\u2019indecisione. \u00abSe vuole\u00bb offr\u00ec con angelica comprensione il signor Chiarenza \u00abposso rompere la radio\u00bb. Il brigadiere si precipit\u00f2 fuori. Cos\u00ec a R., paese a una ventina di chilometri dal mare di Porto Empedocle e a poco pi\u00f9 da quello di Licata, qualche ora prima che le forze alleate mettessero piede sulle spiagge siciliane, il fascismo finiva.<!--more--><\/p>\n<p style=\"padding-left: 15px;\">E come tutti sentissero preciso avvertimento dell\u2019ora che stava per scattare, non \u00e8 possibile capire attraverso una giustapposizione di elementi concreti. Si sentiva, ecco tutto. E gli storici possono rompersi la testa, a tentare di capire comemai un segreto rigorosamente custodito al vertice degli eserciti alleati non fosse per tanti siciliani un segreto. Verso la mezzanotte, dai balconi e dalle terrazze del paese, tutti quelli che vi si attardavano per cogliere, dopo l\u2019affocata giornata, i freschi refoli notturni, videro dalla parte di Licata il cielo farsi luminoso. Pareva che la luna si fosse schiantata alla marina, che continuasse a bruciare del suo tranquillo fuoco bianco sull\u2019orlo dell\u2019isola. Gli americani stavano sbarcando, ne fummo tutti certi. E si aveva il senso che quella luce lontana fosse come di una festa; che gli americani\u2014 gli zii, i nipoti, i cugini d\u2019America \u2014 facessero splendere la volta notturna in gloria di quei santi neri e barbuti per i quali sempre avevano mandato, tra i foglietti delle lettere ai parenti o al parroco, il biglietto da cinque o da dieci dollari. L\u2019alba spense quella luce. Ma dello sbarco degli americani ebbero certa notizia i carabinieri, i soldati. Le campane suonarono a martello, il banditore grid\u00f2 per le strade lo stato di emergenza. Il cielo cominci\u00f2 a vibrare del ronzio di un aereo: si avvicinava e svaniva, continuamente, senza che si riuscisse a scorgerlo; e finalmente, con un breve crepitio di mitraglia, comparve tra le case. Era di forma inconsueta, a due code (si chiamava, seppimo dopo, B 29): e doveva, per tutta una settimana, rappresentare una specie di legame tra il paese, isolato e ansioso, e la realt\u00e0 della guerra, della invasione, della presenza americana. E che quella breve sventagliata di mitraglia avesse, al margine del paese, ucciso un carrettiere e ferito un bambino, i pi\u00f9 erano disposti a considerarlo un errore: l\u2019americano si era ingannato; dall\u2019alto chi sa che gli era parso, quel carretto.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 15px;\">I soldati, intanto, non sapevano che fare. Ad ogni buon conto, si misero in giro a cercare vestiti. Bussavano con esitazione, timidamente chiedevano: si accontentavano di un pantalone, di una camicia; col caldo che c\u2019era non avevano bisogno di giacca. Pensando ai figli lontani, ai mariti, ai fratelli \u2014 e che altrove, dovunque si trovassero, su loro si riversasse uguale piet\u00e0 \u2014 le donne del paese tiravano fuori dagli armadi e dalle casse vestiti vecchi e nuovi. E il riconoscimento di coloro che appena avevano lasciato la divisa militare poteva essere fatto a fiuto, per il dolciastro odore di naftalina che quei vestiti emanavano. Quel giorno, nell\u2019ora in cui tutti si sedevano per buttar gi\u00f9 le quattro forchettate di lasagne fatte in casa, si sent\u00ec per le strade la voce di un vecchio fascista, irreale, patetica, gridare: \u00abLi abbiamo respinti, li abbiamo ributtati a mare\u00bb. In ogni casa la notizia fu, con lievi varianti, commentata da un ironico e compassionevole: \u00abS\u00ec, con le corna che hai in testa\u00bb. E scendendo infatti la controra, la sonnolenza e il silenzio che qui sempre succede al pasto meridiano, affior\u00f2 netto il tonfo delle cannonate: e non c\u2019era dubbio, secondo quelli che avevano fatto una guerra, che quei colpi cadessero a non pi\u00f9 di quindici chilometri, in linea d\u2019aria. Del tutto rassicuranti furono poi le notizie che port\u00f2 un venditore ambulante. Era scappato, all\u2019alba, da Licata: un po\u2019 a piedi, un po\u2019 su un camion militare, era riuscito a tornare a casa. Pieno di stupore, quasi allucinato, raccontava di aver visto il mare, fin dove l\u2019occhio arrivava, fitto di navi. Ripeteva: \u00abCornuto! E come voleva vincere?\u00bb. Quelli che lo ascoltavano, quasi tutti sorridevano con approvazione; qualche fanatico, che ancora c\u2019era, fingeva di non capire a chi quell\u2019insulto fosse diretto. All\u2019ospedale del paese, verso sera, arrivarono una ventina di feriti. Erano del X Bersaglieri, quasi tutti veneti. Il reggimento (o forse un solo battaglione) valorosamente aveva resistito a pi\u00f9 di un urto, ma poi era stato annientato. I feriti, quasi tutti in grado di camminare, sembravano pi\u00f9 smarriti che sofferenti. E avevano fame. Poi passarono i tedeschi: seduti per quattro sugli autocarri, l\u2019arma al piede, zuppi di sudore ma immobili, impassibili. Venivano dalla parte di Aragona e andavano verso il fronte di Licata. La gente, preoccupata, cont\u00f2 gli autocarri: cinque, sei, un\u2019automobile scoperta con due ufficiali. \u00abNon ce la fanno&#8230; Ma vedi per\u00f2 che ordine\u00bb.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 15px;\">Tornarono indietro che era gi\u00e0 notte: evidentemente, avevano visto persa la partita. Da quella sera, per sei giorni di fila, non ci fu che il lontano tuonare delle cannonate e quell\u2019aereo a due code che ogni tanto, per rompere la noia, scendeva a sgranare quattro colpi sempre oltre le ultime case: sui fichidindia, sui covoni di grano ammonticchiati nelle aie. La corrente elettrica non c\u2019era pi\u00f9, nessuno si arrischiava a uscire dal paese: non si aveva notizia alcuna della guerra che dilagava nell\u2019isola, soltanto il 14 (o il 15) uno era riuscito, da una radio a galena che aveva un soldato di passaggio, a sentire il bollettino di Roma: e che le forze d\u2019invasione, superata la fascia costiera, si addentravano nella zona montuosa della Sicilia. E si era privi di tutto: di farina, non funzionando pi\u00f9 i mulini; di verdura, ch\u00e9 gli orti erano appunto al margine del paese, dove il B 29 cercava bersagli; di frutta, grande risorsa che la stagione ci offriva per sopravvivere. Cominciavano a diventare cornuti gli americani, che non venivano. Il 16 luglio, di pomeriggio, gli americani finalmente apparvero. Fu davvero un\u2019apparizione, quasi incredibile. All\u2019estremit\u00e0 del corso, dove la facciata della Matrice lo chiude, davanti al caff\u00e8, una ventina di persone stava a godersi la striscia d\u2019ombra che cominciava a cadere dalle case, e anche i carabinieri: ed ecco che all\u2019altro estremo, nella deserta e abbagliante prospettiva, tenendosi al centro con un suo passo lento e guardingo, spunt\u00f2 l\u2019americano. Ai suoi lati, camminando sotto i balconi e coi fucili puntati alle imposte chiuse, c\u2019erano altri soldati. Tutta la nostra attenzione era per\u00f2 incentrata su quello che camminava al centro: alto; il passo leggermente \u00abfianchino\u00bb, da cow boy; le braccia indolentemente scostate dal corpo, le mani quasi sospese: ma pronte, si sentiva, braccia e mani a scattare, a fare affiorare l\u2019arma, il fuoco.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 15px;\">Gary Cooper quell\u2019entrata non l\u2019avrebbe fatta meglio. E per quei due o tre minuti che ci vollero perch\u00e9 la pattuglia arrivasse davanti al caff\u00e8, ci sentimmo come al cinema, che la visione sorgesse da uno schermo e magicamente penetrasse nella realt\u00e0. Gli americani puntarono i fucili sui carabinieri, che si erano alzati in piedi: la faccia pallida, affilata; lo sguardo sperso. Uno della pattuglia gir\u00f2 dietro a loro, con destrezza li disarm\u00f2 delle pistole. Tutto si era svolto cos\u00ec velocemente, e in cos\u00ec attonito silenzio, che il grido di Gasparino Firetto \u00abViva la libert\u00e0!\u00bb fu come un crollo. Gasparino pi\u00f9 volte aveva avuto a che fare coi carabinieri, piccole truffe, piccoli furti: e a vederli disarmare l\u2019evviva alla libert\u00e0 gli era venuto dal profondo. E il momento della sua pi\u00f9 grande gioia stava per essere l\u2019ultimo della sua vita, se il capo della pattuglia non avesse fermato il soldato che, credendo quel grido fosse di allarme, di resistenza, con una faccia improvvisamente stravolta di paura, fu sul punto di impiombarlo. Dal grido di Gasparino alla grande festa fu questione di minuti. Il corso si riemp\u00ec di gente che pareva una domenica del tempo di pace, una grande bandiera a stelle e strisce ondeggi\u00f2 sulla folla, cannate piene di vino la sorvolarono fino a raggiungere gli americani. \u00abViva la repubblica stellata!\u00bb grid\u00f2 l\u2019avvocato Calafato, con una voce che non aveva perduto timbro e forza da quando, sei anni prima, alla stazione, era riuscito a salire sul predellino del treno per gridare \u00abDuce, per te la vita!\u00bb sotto lo sguardo fiero e paterno di Mussolini.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La sera del 9 luglio 1943 gli alleati sbarcavano in Sicilia e l&#8217;avvocato Calafato, che sei anni prima si era sgolato urlando &#8220;Duce, per te la vita!&#8221; all&#8217;indirizzo di un Mussolini affacciato dal finestrino del treno, si premur\u00f2 di far sapere coram populo la propria posizione al riguardo: &#8220;Viva la repubblica stellata!&#8221;, grid\u00f2 con la [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[],"class_list":["post-4589","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-memoria"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.trivigante.it\/public\/tregenda\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/4589","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.trivigante.it\/public\/tregenda\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.trivigante.it\/public\/tregenda\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.trivigante.it\/public\/tregenda\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.trivigante.it\/public\/tregenda\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=4589"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.trivigante.it\/public\/tregenda\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/4589\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.trivigante.it\/public\/tregenda\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=4589"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.trivigante.it\/public\/tregenda\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=4589"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.trivigante.it\/public\/tregenda\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=4589"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}