{"id":4380,"date":"2010-04-20T08:46:27","date_gmt":"2010-04-20T06:46:27","guid":{"rendered":"http:\/\/www.trivigante.it\/public\/tregenda\/?p=4380"},"modified":"2010-04-20T08:51:27","modified_gmt":"2010-04-20T06:51:27","slug":"immaginavi-tu-forse-che-il-mondo-fosse-fatto-per-causa-vostra","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.trivigante.it\/public\/tregenda\/2010\/04\/immaginavi-tu-forse-che-il-mondo-fosse-fatto-per-causa-vostra\/","title":{"rendered":"Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra?"},"content":{"rendered":"<p>Un vulcano islandese fa un rutto, nemmeno troppo grande, e gli uomini, miseri, si fermano.<br \/>\nSarebbe bello non si potesse davvero volare, che la <em>t\u00e9nnica<\/em> si fermasse di fronte all&#8217;indifferenza della Natura, e invece \u00e8 solo questione di costo economico per la pulitura dei motori, eventualmente incrostati da particelle di vetro combuste.<br \/>\nMa resta il principio: <em>&#8220;Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non  me n&#8217;avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi  diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi,  quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o  giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la  vostra specie, io non me ne avvedrei&#8221;<\/em>. E&#8217; la Natura che parla. L&#8217;unica cosa che ruota davvero attorno a noi, specie fastidiosa, \u00e8 forse Sanremo, spiace ma \u00e8 un fatto. Adeguarsi.<\/p>\n<p>E noi, islandesi di oggi destinati a esser mummie, nemmeno ci poniamo certe domande che un islandese del 1824, invece, si poneva a fronte di un&#8217;eruzione vulcanica:<\/p>\n<p style=\"padding-left: 30px;\">Un Islandese, che era corso per la maggior parte del mondo, e  soggiornato in diversissime terre; andando una volta per l&#8217;interiore  dell&#8217;Affrica, e passando sotto la linea equinoziale in un luogo non mai  prima penetrato da uomo alcuno, ebbe un caso simile a quello che  intervenne a Vasco di Gama nel passare il Capo di Buona speranza; quando  il medesimo Capo, guardiano dei mari australi, gli si fece incontro,  sotto forma di gigante, per distorlo dal tentare quelle nuove acque.  Vide da lontano un busto grandissimo; che da principio immagin\u00f2 dovere  essere di pietra, e a somiglianza degli ermi colossali veduti da lui,  molti anni prima, nell&#8217;isola di Pasqua. Ma fattosi pi\u00f9 da vicino, trov\u00f2  che era una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto,  appoggiato il dosso e il gomito a una montagna; e non finta ma viva; di  volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e di capelli nerissimi; la  quale guardavalo fissamente; e stata cos\u00ec un buono spazio senza parlare,  all&#8217;ultimo gli disse.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 30px;\">NATURA: Chi sei? che cerchi in questi  luoghi dove la tua specie era incognita?<\/p>\n<p style=\"padding-left: 30px;\">ISLANDESE: Sono un  povero Islandese, che vo fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il  tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per  questa.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 30px;\">NATURA: Cos\u00ec fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio,  finch\u00e9 gli cade in gola da se medesimo. Io sono quella che tu fuggi.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 30px;\">ISLANDESE:  La Natura?<\/p>\n<p style=\"padding-left: 30px;\">NATURA: Non altri.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 30px;\"><!--more--><\/p>\n<p style=\"padding-left: 30px;\">ISLANDESE: Me ne dispiace  fino all&#8217;anima; e tengo per fermo che maggior disavventura di questa non  mi potesse sopraggiungere.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 30px;\">NATURA: Ben potevi pensare che io  frequentassi specialmente queste parti; dove non ignori che si dimostra  pi\u00f9 che altrove la mia potenza. Ma che era che ti moveva a fuggirmi?<\/p>\n<p style=\"padding-left: 30px;\">ISLANDESE:  Tu dei sapere che io fino nella prima giovent\u00f9, a poche esperienze, fui  persuaso e chiaro della vanit\u00e0 della vita, e della stoltezza degli  uomini; i quali combattendo continuamente gli uni cogli altri per  l&#8217;acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che non giovano;  sopportando e cagionandosi scambievolmente infinite sollecitudini, e  infiniti mali, che affannano e nocciono in effetto, tanto pi\u00f9 si  allontanano dalla felicit\u00e0, quanto pi\u00f9 la cercano. Per queste  considerazioni, deposto ogni altro desiderio, deliberai, non dando  molestia a chicchessia, non procurando in modo alcuno di avanzare il mio  stato, non contendendo con altri per nessun bene del mondo, vivere una  vita oscura e tranquilla; e disperato dei piaceri, come di cosa negata  alla nostra specie, non mi proposi altra cura che di tenermi lontano dai  patimenti. Con che non intendo dire che io pensassi di astenermi dalle  occupazioni e dalle fatiche corporali: che ben sai che differenza \u00e8  dalla fatica al disagio, e dal viver quieto al vivere ozioso. E gi\u00e0 nel  primo mettere in opera questa risoluzione, conobbi per prova come egli \u00e8  vano a pensare, se tu vivi tra gli uomini, di potere, non offendendo  alcuno, fuggire che gli altri non ti offendano; e cedendo sempre  spontaneamente, e contentandosi del menomo in ogni cosa, ottenere che ti  sia lasciato un qualsivoglia luogo, e che questo menomo non ti sia  contrastato. Ma dalla molestia degli uomini mi liberai facilmente,  separandomi dalla loro societ\u00e0, e riducendomi in solitudine: cosa che  nell&#8217;isola mia nativa si pu\u00f2 recare ad effetto senza difficolt\u00e0. Fatto  questo, e vivendo senza quasi verun&#8217;immagine di piacere, io non poteva  mantenermi per\u00f2 senza patimento: perch\u00e9 la lunghezza del verno,  l&#8217;intensit\u00e0 del freddo, e l&#8217;ardore estremo della state, che sono qualit\u00e0  di quel luogo, mi travagliavano di continuo; e il fuoco, presso al  quale mi conveniva passare una gran parte del tempo, m&#8217;inaridiva le  carni, e straziava gli occhi col fumo; di modo che, n\u00e9 in casa n\u00e9 a  cielo aperto, io mi poteva salvare da un perpetuo disagio. N\u00e9 anche  potea conservare quella tranquillit\u00e0 della vita, alla quale  principalmente erano rivolti i miei pensieri: perch\u00e9 le tempeste  spaventevoli di mare e di terra, i ruggiti e le minacce del monte Ecla,  il sospetto degl&#8217;incendi, frequentissimi negli alberghi, come sono i  nostri, fatti di legno, non intermettevano mai di turbarmi. Tutte le  quali incomodit\u00e0 in una vita sempre conforme a se medesima, e spogliata  di qualunque altro desiderio e speranza, e quasi di ogni altra cura, che  d&#8217;esser quieta; riescono di non poco momento, e molto pi\u00f9 gravi che  elle non sogliono apparire quando la maggior parte dell&#8217;animo nostro \u00e8  occupata dai pensieri della vita civile, e dalle avversit\u00e0 che  provengono dagli uomini. Per tanto veduto che pi\u00f9 che io mi restringeva e  quasi mi contraeva in me stesso, a fine d&#8217;impedire che l&#8217;esser mio non  desse noia n\u00e9 danno a cosa alcuna del mondo; meno mi veniva fatto che le  altre cose non m&#8217;inquietassero e tribolassero; mi posi a cangiar luoghi  e climi, per vedere se in alcuna parte della terra potessi non  offendendo non essere offeso, e non godendo non patire. E a questa  deliberazione fui mosso anche da un pensiero che mi nacque, che forse tu  non avessi destinato al genere umano se non solo un clima della terra  (come tu hai fatto a ciascuno degli altri generi degli animali, e di  quei delle piante), e certi tali luoghi; fuori dei quali gli uomini non  potessero prosperare n\u00e9 vivere senza difficolt\u00e0 e miseria; da dover  essere imputate, non a te, ma solo a essi medesimi, quando eglino  avessero disprezzati e trapassati i termini che fossero prescritti per  le tue leggi alle abitazioni umane. Quasi tutto il mondo ho cercato, e  fatta esperienza di quasi tutti i paesi; sempre osservando il mio  proposito, di non dar molestia alle altre creature, se non il meno che  io potessi, e di procurare la sola tranquillit\u00e0 della vita. Ma io sono  stato arso dal caldo fra i tropici, rappreso dal freddo verso i poli,  afflitto nei climi temperati dall&#8217;incostanza dell&#8217;aria, infestato dalle  commozioni degli elementi in ogni dove. Pi\u00f9 luoghi ho veduto, nei quali  non passa un d\u00ec senza temporale: che \u00e8 quanto dire che tu dai ciascun  giorno un assalto e una battaglia formata a quegli abitanti, non rei  verso te di nessun&#8217;ingiuria. In altri luoghi la serenit\u00e0 ordinaria del  cielo \u00e8 compensata dalla frequenza dei terremoti, dalla moltitudine e  dalla furia dei vulcani, dal ribollimento sotterraneo di tutto il paese.  Venti e turbini smoderati regnano nelle parti e nelle stagioni  tranquille dagli altri furori dell&#8217;aria. Tal volta io mi ho sentito  crollare il tetto in sul capo pel gran carico della neve, tal altra, per  l&#8217;abbondanza delle piogge la stessa terra, fendendosi, mi si \u00e8  dileguata di sotto ai piedi; alcune volte mi \u00e8 bisognato fuggire a tutta  lena dai fiumi, che m&#8217;inseguivano, come fossi colpevole verso loro di  qualche ingiuria. Molte bestie salvatiche, non provocate da me con una  menoma offesa, mi hanno voluto divorare; molti serpenti avvelenarmi; in  diversi luoghi \u00e8 mancato poco che gl&#8217;insetti volanti non mi abbiano  consumato infino alle ossa. Lascio i pericoli giornalieri, sempre  imminenti all&#8217;uomo, e infiniti di numero; tanto che un filosofo antico  non trova contro al timore, altro rimedio pi\u00f9 valevole della  considerazione che ogni cosa \u00e8 da temere. N\u00e9 le infermit\u00e0 mi hanno  perdonato; con tutto che io fossi, come sono ancora, non dico  temperante, ma continente dei piaceri del corpo. Io soglio prendere non  piccola ammirazione considerando come tu ci abbi infuso tanta e s\u00ec ferma  e insaziabile avidit\u00e0 del piacere; disgiunta dal quale la nostra vita,  come priva di ci\u00f2 che ella desidera naturalmente, \u00e8 cosa imperfetta: e  da altra parte abbi ordinato che l&#8217;uso di esso piacere sia quasi di  tutte le cose umane la pi\u00f9 nociva alle forze e alla sanit\u00e0 del corpo, la  pi\u00f9 calamitosa negli effetti in quanto a ciascheduna persona, e la pi\u00f9  contraria alla durabilit\u00e0 della stessa vita. Ma in qualunque modo,  astenendomi quasi sempre e totalmente da ogni diletto, io non ho potuto  fare di non incorrere in molte e diverse malattie: delle quali alcune mi  hanno posto in pericolo della morte; altre di perdere l&#8217;uso di qualche  membro, o di condurre perpetuamente una vita pi\u00f9 misera che la passata; e  tutte per pi\u00f9 giorni o mesi mi hanno oppresso il corpo e l&#8217;animo con  mille stenti e mille dolori. \u00c8 certo, bench\u00e9 ciascuno di noi sperimenti  nel tempo delle infermit\u00e0, mali per lui nuovi o disusati, e infelicit\u00e0  maggiore che egli non suole (come se la vita umana non fosse  bastevolmente misera per l&#8217;ordinario); tu non hai dato all&#8217;uomo, per  compensarnelo, alcuni tempi di sanit\u00e0 soprabbondante e inusitata, la  quale gli sia cagione di qualche diletto straordinario per qualit\u00e0 e per  grandezza. Ne&#8217; paesi coperti per lo pi\u00f9 di nevi, io sono stato per  accecare: come interviene ordinariamente ai Lapponi nella loro patria.  Dal sole e dall&#8217;aria, cose vitali, anzi necessarie alla nostra vita, e  per\u00f2 da non potersi fuggire, siamo ingiuriati di continuo: da questa  colla umidit\u00e0, colla rigidezza, e con altre disposizioni; da quello col  calore, e colla stessa luce: tanto che l&#8217;uomo non pu\u00f2 mai senza qualche  maggiore o minore incomodit\u00e0 o danno, starsene esposto all&#8217;una o  all&#8217;altro di loro. In fine, io non mi ricordo aver passato un giorno  solo della vita senza qualche pena; laddove io non posso numerare quelli  che ho consumati senza pure un&#8217;ombra di godimento: mi avveggo che tanto  ci \u00e8 destinato e necessario il patire, quanto il non godere; tanto  impossibile il viver quieto in qual si sia modo, quanto il vivere  inquieto senza miseria: e mi risolvo a conchiudere che tu sei nemica  scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue;  che ora c&#8217;insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci  percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che,  per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia,  de&#8217; tuoi figliuoli e, per dir cos\u00ec, del tuo sangue e delle tue viscere.  Per tanto rimango privo di ogni speranza: avendo compreso che gli uomini  finiscono di perseguitare chiunque li fugge o si occulta con volont\u00e0  vera di fuggirli o di occultarsi; ma che tu, per niuna cagione, non  lasci mai d&#8217;incalzarci, finch\u00e9 ci opprimi. E gi\u00e0 mi veggo vicino il  tempo amaro e lugubre della vecchiezza; vero e manifesto male, anzi  cumulo di mali e di miserie gravissime; e questo tuttavia non  accidentale, ma destinato da te per legge a tutti i generi de&#8217; viventi,  preveduto da ciascuno di noi fino nella fanciullezza, e preparato in lui  di continuo, dal quinto suo lustro in l\u00e0, con un tristissimo declinare e  perdere senza sua colpa: in modo che appena un terzo della vita degli  uomini \u00e8 assegnato al fiorire, pochi istanti alla maturit\u00e0 e perfezione,  tutto il rimanente allo scadere, e agl&#8217;incomodi che ne seguono.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 30px;\">NATURA:  Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora  sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone  pochissime, sempre ebbi ed ho l&#8217;intenzione a tutt&#8217;altro, che alla  felicit\u00e0 degli uomini o all&#8217;infelicit\u00e0. Quando io vi offendo in  qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n&#8217;avveggo, se non  rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico,  io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non  fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche  mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne  avvedrei.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 30px;\">ISLANDESE: Ponghiamo caso che uno m&#8217;invitasse  spontaneamente a una sua villa, con grande instanza, e io per  compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse dato per dimorare una cella tutta  lacera e rovinosa, dove io fossi in continuo pericolo di essere  oppresso; umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia. Egli, non che  si prendesse cura d&#8217;intrattenermi in alcun passatempo o di darmi alcuna  comodit\u00e0, per lo contrario appena mi facesse somministrare il  bisognevole a sostentarmi; e oltre di ci\u00f2 mi lasciasse villaneggiare,  schernire, minacciare e battere da&#8217; suoi figliuoli e dall&#8217;altra  famiglia. Se querelandomi io seco di questi mali trattamenti, mi  rispondesse: forse che ho fatto io questa villa per te? o mantengo io  questi miei figliuoli, e questa mia gente, per tuo servigio? e, bene ho  altro a pensare che de&#8217; tuoi sollazzi, e di farti le buone spese; a  questo replicherei: vedi, amico, che siccome tu non hai fatto questa  villa per uso mio, cos\u00ec fu in tua facolt\u00e0 di non invitarmici. Ma poich\u00e9  spontaneamente hai voluto che io ci dimori, non ti si appartiene egli di  fare in modo, che io, quanto \u00e8 in tuo potere, ci viva per lo meno senza  travaglio e senza pericolo? Cos\u00ec dico ora. So bene che tu non hai fatto  il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei che l&#8217;avessi  fatto e ordinato espressamente per tormentarli. Ora domando: t&#8217;ho io  forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono intromesso  violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volont\u00e0, e senza mia  saputa, e in maniera che io non poteva sconsentirlo n\u00e9 ripugnarlo, tu  stessa, colle tue mani, mi vi hai collocato; non \u00e8 egli dunque ufficio  tuo, se non tenermi lieto e contento in questo tuo regno, almeno vietare  che io non vi sia tribolato e straziato, e che l&#8217;abitarvi non mi  noccia? E questo che dico di me, dicolo di tutto il genere umano, dicolo  degli altri animali e di ogni creatura.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 30px;\">NATURA: Tu mostri non  aver posto mente che la vita di quest&#8217;universo \u00e8 un perpetuo circuito di  produzione e distruzione, collegate ambedue tra se di maniera, che  ciascheduna serve continuamente all&#8217;altra, ed alla conservazione del  mondo; il quale sempre che cessasse o l&#8217;una o l&#8217;altra di loro, verrebbe  parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse  in lui cosa alcuna libera da patimento.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 30px;\">ISLANDESE: Cotesto  medesimo odo ragionare a tutti i filosofi. Ma poich\u00e9 quel che \u00e8  distrutto, patisce; e quel che distrugge, non gode, e a poco andare \u00e8  distrutto medesimamente; dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a  chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell&#8217;universo,  conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?<\/p>\n<p style=\"padding-left: 30px;\">Mentre  stavano in questi e simili ragionamenti \u00e8 fama che sopraggiungessero  due leoni, cos\u00ec rifiniti e maceri dall&#8217;inedia, che appena ebbero la  forza di mangiarsi quell&#8217;Islandese; come fecero; e presone un poco di  ristoro, si tennero in vita per quel giorno. Ma sono alcuni che negano  questo caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che  l&#8217;Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edific\u00f2 un  superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il quale colui disseccato  perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi  viaggiatori, e collocato nel museo di non so quale citt\u00e0 di Europa.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 30px;\">(Giacomo Leopardi, <em>Dialogo della Natura e di un islandese<\/em>, 1824).<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un vulcano islandese fa un rutto, nemmeno troppo grande, e gli uomini, miseri, si fermano. Sarebbe bello non si potesse davvero volare, che la t\u00e9nnica si fermasse di fronte all&#8217;indifferenza della Natura, e invece \u00e8 solo questione di costo economico per la pulitura dei motori, eventualmente incrostati da particelle di vetro combuste. 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