in August and everything after, man, them buffalo ain’t never comin’ home

Venticinque anni fa comprai un disco. Un grande disco.

Sì, August and Everything After dei Counting Crows. Fin dalla copertina c’era una cosa che non si capiva: il titolo del disco non corrispondeva a una title-track, e va bene, capita non troppo di rado, ma anche i versi stampati (“They’re waking up Maria…”) non corrispondevano a nulla all’interno del disco. Anche questo capita, ma chissà.
Ora, un millennio di anni dopo, la storia è chiara: era un pezzo lungo, complesso, e Adam Duritz in sala d’incisione non riusciva a suonarne una versione soddisfacente che risolvesse il bandolo della matassa. Alla settima o ottava incisione, avendo altre ottime canzoni già sul disco, lasciarono perdere e la canzone rimase fuori. Amen.

Ora, venticinque anni dopo, a gennaio scorso Adam Duritz ha trovato il bandolo. E io ne sono commosso.

Ora la traccia dodici è al suo posto, dove sarebbe sempre dovuta essere. Che belli, i miei, i nostri e i loro vent’anni. Grazie. Un bellissimo regalo.

dritte musicali: I hate my village

a) Sapere chi sono Bombino, Rokia Traoré e, naturalmente, Tinariwen; b) trarne piacere dall’ascolto; c) essere andati in tour con Bombino e Rokia Traoré, appunto; d) aver imparato a fare quel genere ritmico così particolare (mah, loro lo chiamano Rock Desert Blues Afro Alternative); e) suonare bene.
Gli unici che soddisfano tutti e cinque i punti sono gli “I hate my village“, gruppo più che interessante formato da – attenzione! – Adriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Explosion e Fabio Rondanini dei Calibro 35 e Afterhours.

Ci si aggiunge, poi, tra produzione e voce Marco Fasolo dei Jennifer Gentle e Alberto Ferrari dei Verdena e il gioco è fatto: il primo disco. Si può sentire tutto qui, con il servizio prediletto. Concerti in giro, interessa? Ci vediamo lì.

una diga come attrazione

Una diga a gravità resiste alla spinta dell’acqua grazie al proprio peso e all’aggancio alla roccia ed è molto indicata in zone con fondo solido e coeso. Per questo ha una forma solitamente rettilinea, di geometria semplice, e di sezione triangolare.
La più grande del mondo è la diga della Grande Dixence, in Svizzera.

Qualche spiegazione: il Dixence è il fiume, il lago formato dalla diga è il Dix, la diga è detta ‘grande’ perché nel 1961 fu costruita davanti alla diga preesistente, la Dixence appunto.

In questo modo, l’altezza del bacino fu portata da 87 metri a 285 e la portata, di conseguenza, innalzata da 50 a 400 milioni di metri cubi di acqua. Una bella diga, impressionante.

La prima diga non fu distrutta, anzi, e ancora esiste all’interno del bacino. Talvolta, quando per ragioni di manutenzione o altro svuotano il bacino, si può vedere.

Incredibilmente, poi (incredibilmente per noi italiani, chiaro), la società che gestisce la diga riesce a rendere il tutto un’attrattiva, con una funivia, un albergo, vari ristoranti, camminate estive e invernali, una teleferica, sentieri spettacolari, tour guidati sul bordo e dentro la diga, attività sportive e così via, come ben si vede dall’ottimo sito.

Mi si scusi la banalità, ma ci sarebbe da imparare qualcosa, secondo me.

io discendo, sono della famiglia

Listen, it don’t really matter to me baby, you believe what you want to believe / You see you don’t have to live like a refugee (falsetto: Don’t have to live like a refugee).
È l’attacco fulminante di ‘Refugee‘ di Tom Petty (e gli Heartbreakers).
Pezzo bellissimo e, visto che è stato inserito in una sigla notevole, vale la pena dargli un’occhiata e un’occhiata e un’occhiata.

È la sigla iniziale dei ‘Romanoffs‘, serie tv interessantina, ben scrittina e ben giratina ma non quanto la sigla. Gnam.