minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: marzo, i contagi che accelerano, un anno e non sentirlo, la vita già vissuta, il carattere dei paesi

Eh sì, ho subito il contraccolpo della zona arancione rafforzata. Non della chiusura in sé, una pandemia è una pandemia e per quanto uno lo voglia, è difficile imbrigliarla, quanto più per tutto il contorno, anche stavolta. È passato un anno e non sembra, per certi versi pare la riproposizione di vita già passata e di sorprese già avute, i tifosi che si accalcano fuori dallo stadio per Atalanta-Real Madrid sono la figurina già incollata dei tifosi che si accalcavano un anno fa per Atalanta-Valencia, la gente che si spinge e se mena sui navigli a Milano la stessa di un anno fa, stesso posto, senza l’aperitivo di Zingaretti, la schiera di virologi che dice che sia necessario un lockdown rigido, i dati che peggiorano, le terapie intensive che si riempiono, i respiratori che mancano. Perché sì, nel più grande ospedale della mia città, quello trasformato in un hub regionale specifico per i malati di covid, questa settimana un paziente di cinquant’anni si è sentito dire che, dovesse peggiorare, non ci sarebbe stato un respiratore libero. Un anno, dunque, a inventarsi respiratori dalle maschere da immersione di Decathlon, a ripeterci che non ci saremmo fatti trovare impreparati – ma l’inazione era già chiara dall’estate -, a stringere lucrosi contratti per i vaccini che ci avrebbero sommersi, ed eccoci qua: mi spiace, non c’è il respiratore, la dovremo mandare nel capoluogo, sempre che non peggiori anche là.
E così no, però. Così non mi sta bene, non mi sta bene affatto. Non è così che io affronto i problemi e non è così che vorrei vedere il mio paese affrontarli. Ogni paese, intendo ogni nazione, ha un proprio carattere, proprio come le persone. Nelle situazioni di tensione, il carattere emerge con più evidenza e così è stato anche per noi. Attendere, vedere, non farsi venire il malanimo in anticipo, procrastinare per poi, a cose avvenute, affrontarle con toni drammatici, con i mezzi dell’emergenza, con il pathos della crisi, della paura, dei toni gridati e delle accuse che volano a destra e a manca. Ignorare il problema per mesi e poi inseguire con l’elicottero e il megafono un tizio che cammina sulla spiaggia. Questo è il nostro modo, nazionale, di affrontare i problemi, che siano dissesto geologico, crisi climatica, debito pubblico, spread, pandemia o nuovo governo. L’entusiasmo al limite della devozione per Draghi è preoccupante, sia perché eccessivo e sintomatico di patologie umorali ben serie, sia perché passerà con la velocità con cui è venuto. E così i problemi, nulla all’orizzonte, poi la situazione drammatica e poi puf, spariti fino alla prossima crisi.
Ecco no, io per il mio benessere psicofisico ho imparato, nel tempo e con l’esperienza, che non è un buon approccio, per me. Io le cose le devo affrontare subito, quando ancora non sono preoccupanti, le devo lavorare, suddividere, analizzare e poi, se possibile, almeno parzialmente, risolvere. Per non doverci pensare poi, a cose peggiorate, o per non doverci pensare troppo a lungo o, anche, per non dovermi ritrovare di nuovo, magari un anno dopo, nella medesima situazione. E poi, se mi trovo in difficoltà, mi concentro sulle priorità e tralascio le sciocchezze, cosa che evidentemente non riusciamo a fare collettivamente: il destino dei Cinque Stelle, il futuro di Conte, l’espulsione di Pjanic nel 2018, il libro di Casalino, San Remo, perdio San Remo!, le feste di Genovese, i sottosegretari, la loro distribuzione e il governo dei migliori, l’autista Atac e i suoi video su TikTok, lo stadio della Roma, lo spareggio tra la Farfalla e l’Orsetto tra i cantanti mascherati, Ronaldo al Miami, gli amori di Bollani, Celentano su tutti, due ore di elenchi di Salvini per rilassarsi, il golden globe a Laura Pausini, Sgarbi prossimo sindaco di Roma e vabbè, giusto per attenermi alla prima pagina del Corriere di oggi. Per dire. E Zingaretti si occupa della D’Urso. A posto.

C’è da chiudere? Chiudiamo, ma per davvero. Serve acquistare respiratori in previsione, anche se magari non li useremo? Facciamolo, nella giusta misura. Vaccinare il paese sarà un’operazione molto complicata? Bene, destiniamo persone, luoghi e risorse in anticipo, così da essere pronti quando sarà. Potrei andare avanti molte righe, non è il caso, sono tutti esempi retorici riferiti al passato. Ma a pensare alle priorità poi si passa per pesantoni, cheppalle, vogliamo divertirci? Tiene banco, di nuovo, la pasqua, oddio come passeremo la pasqua?, come l’anno scorso e come natale due mesi fa. Vi prego no, non di nuovo. Non ce la faccio. Più passano le settimane e più mi convinco, non so bene nemmeno io perché, che la prossima estate non sarà come quella passata. Cioè, non vi sarà un crollo del numero dei contagi a maggio e giugno, che ci permetterà di passare svagati tre mesi, per lo più senza mascherina. Quello era il risultato di due mesi di lockdown vero, pesante, serio. Quest’anno, ho l’impressione, sarà più un tira e molla, come questi mesi. Ed è un errore fare calcoli sulla mitigazione dei contagi per merito del clima, non avverrà, come dimostrano gli Stati Uniti la scorsa estate: faceva caldo e fu un disastro. Allo stesso modo, è un errore contare sui vaccini se poi le vaccinazioni non si fanno. È vero che in Inghilterra come in Israele i contagi sono crollati del 40% e i deceduti di un terzo ma loro hanno e stanno facendo fatto due cose che noi non stiamo facendo: un lockdown duro e prolungato e le vaccinazioni, anche se una sola a persona. Ecco, il carattere delle nazioni, l’Inghilterra non è certo stata meglio di noi, non ha pianificato alcunché ma, almeno, nell’emergenza reagisce e si concentra sulle priorità. La Germania va dritta per la propria strada, lockdown pesante e vaccinazioni con richiamo per tutti, più lento ma sicuramente più efficace.
Noi no, dichiarazioni eclatanti per provare a prendersi il posto di ministro, o di sottosegretario o, almeno, superconsulente, risse per strada e gente assembrata per gli aperitivi, a differenza di chiunque non ci siamo fatti mancare una crisi di governo, tanto opportuna quanto al momento giusto. Quanto tempo negli ultimi mesi abbiamo parlato di strategie per affrontare il covid e quanto di Renzi?
Ancor più di un anno fa, mi è chiaro che devo vivere in un paese, in una nazione, che si comporta come mi comporterei io. In generale, diciamo, come approccio. Se io fossi uno che reagisce sul piano fisico, che si rinchiude, uno che affronta di petto con i pugni chiusi le situazioni e per cui gli altri sono tutti potenziali nemici, andrei in Russia o in Corea del nord. Se fossi un ottimista sereno, avessi un buon carattere sociale e pensassi sempre collettivo, probabilmente andrei in Svezia. Se fossi una persona concentrata su di sé, dedita alle remunerazioni per compensare le delusioni, se mettessi al primo posto gli affetti e la famiglia contro tutti, se preferissi l’uovo oggi, se volessi acquistare una villetta costruita di fresco a sessanta chilometri dal centro e un suv bello grande così non mi faccio male, allora dovrei andare in Italia.


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ai beni e alle attività culturali

Dunque. Franceschini è ministro per i beni e le attività culturali dal 2014, con una breve interruzione durante il Conte I. Di conseguenza, è il ministro della cultura che è rimasto in carica più tempo nella storia della Repubblica. E io dico: dev’essere bravissimo. Se no, mica si spiega. Sì, lo so che a me pare che sia a dir poco pessimo come ministro della cultura e che sia tutto impegnato a tessere trame tutte sue per la carriera ma di certo sbaglio. Sì, lo so che alcuni giorni fa alla sua ennesima riconferma le facce degli addetti ai lavori erano esterrefatte ma di certo sbagliano anche loro e le loro facce.
Da oggi ritorna alla carica di sottosegretaria di stato al Ministero per i beni e le attività culturali Lucia Borgonzoni, che lo era già stata nel Conte I, quando mancava Franceschini. Nota, oltre che per aver perso le regionali in Emilia l’anno scorso, per aver sostenuto che il Trentino confina con l’Emilia e per essersi data alla macchia appena perse le elezioni (zero presenze in consiglio, nonostante avesse giurato il contrario). Ah e per aver affermato che l’ultimo libro letto risale a tre anni fa. Ottimo, dritta alla cultura, senza indugi.
Negli anni Settanta e Ottanta alla cultura si mandavano i minchioni, tipo Gullotti, Vernola, Vizzini, Pedini, Ripamonti e così via. Oddio, anche nei Novanta e successivi, con Fisichella, lo dico? Lo dico: Veltroni, Melandri, Urbani, Buttiglione, Bondi, Galan e bon. Poche le eccezioni, era uno dei ministeri che si usavano per distribuire le cariche secondo Cencelli e far contenti tutti. Ecco, volevo indignarmi per la conferma del pessimo Franceschini e il ritorno della sciagurata Borgonzoni quand’ecco che mi sono accorto che no, ecco, è proprio la norma: avanti con i minchioni alla cultura. Tanto che vuoi che conti, in Italia? Il governo dei migliori, proprio.

minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: febbraio, le bestemmie, l’«arancione rafforzato», una difficile convivenza, devo trovarmi un posto

Bestemmie, ostie, madonne, santi, da ieri sera sto tirando giù di tutto. Adesso siamo in zona arancione, «arancione rafforzato». Dopo un anno, ancora lì siamo. Prima un focolaio in un asilo, poi un paio di feste di compleanno e poi, ad allargare il giro, domenica c’erano almeno duemila adolescenti in piazza in città senza alcuna protezione. Sì, in questo momento ho voglia di prendermela con qualcuno, cerco la rissa, vanno bene anche duemila gnarelli, sono qua. Checcoglioni. Poi ce l’ho con i miei corregionali, dio li fulmini!, che hanno votato lega e forzaitalia, regalandomi la tutela di Fontana, Moratti e Bertolaso. Che poi io dico: quando c’è un’emergenza, una situazione critica, uno fa due conti e poi si affida, perché bisogna affidarsi, ai migliori che trova in giro, medici, operatori, amici e parenti. Ma non ci si affida ai più ritardati, trafficoni, affaristi, stronzi che ci siano in giro, no? E invece sì. Grazie.
Domenica nella mia città sono stati vaccinati cinquantanove ultraottantenni. 59. Lunedì la Regione Lombardia ha sottoscritto il protocollo d’intesa con le strutture private e le farmacie per la somministrazione dei vaccini, ma guarda te che sorpresa. Oltre alla beffa, il danno per cui non solo i vaccini saranno a pagamento per chi ha urgenza o per chi desidera farli prima di dieci anni ma il protocollo autorizza anche le farmacie a somministrare il vaccino antinfluenzale, di cui la Regione ora è piena. A novembre e dicembre erano introvabili, abbiamo pagato quasi tutti per farli o farli fare e adesso sono dappertutto. Non bastasse, sempre la Regione annuncia che sarà possibile chiedere il rimborso, ancora non si sa come, per i vaccini antinfluenzali fatti privatamente in fine d’anno e così si compie il giro: attraverso di me, la Regione – anche stavolta – ha finanziato le strutture private. È un regalo continuo.
Vero che le aziende produttrici stanno rallentando la produzione di vaccini – è di oggi la notizia che AstraZeneca ha tagliato ulteriormente del cinquanta per cento la fornitura, succede quando non c’è più la leva economica delle penali a far da pungolo – e di conseguenza certe regioni (Lombardia) stanno già accampando scuse per i ritardi ma è altrettanto vero che dei cinque milioni di dosi già consegnate ne sono state utilizzate finora solo tre milioni e mezzo, cioè la campagna vaccinale va comunque più lenta delle pur lente forniture. Perché tanto si sa sempre a chi giova, no? Rallenta, paralizza il pubblico e la magia riuscirà sempre senza nemmeno doversi sporcare le mani. E così al momento l’unica soluzione, di tipo medievale, è richiudere tutto e aspettare, facendo finta di avere delle ideone da mettere in pratica.
Che, poi, chiudere. A me andrebbe anche bene un patto chiaro, chiudiamo per davvero per tot mesi e nel frattempo vacciniamo seriamente, isoliamo, tracciamo, e facciamo dei patti chiari che ci permetteranno di essere amici, poi. Ma la chiusura dettata da Confindustria no, perdio, non mi sta bene. Perché si chiudono le scuole, si limitano i movimenti ma solo dei semplici cittadini, non parliamo delle strutture di cultura e spettacolo, dei centri sociali, delle palestre, ma per carità, i negozi, i centri commerciali, le industrie guai a chi le tocca, al massimo nel fine settimana. Lavora, consuma e poi sta’ a casa. Il paradiso dei miserabili, con la pizza a domicilio. Dopo un anno, ancora la stessa solfa, non ci siamo mossi di un ciapello, i furgoncini delle impresine ancora lanciati a mille sulle autostrade perché il PIL è tutto nostro.

Non c’è niente da fare. Inquinamento, pandemia, affarismo, cementificazione, clientelismo, assenza di prospettive che non siano il fatturato di oggi, individualismo spintissimo, non c’è niente da fare: siamo i peggiori in tutto. E continuiamo a esserlo, qui in un certo pezzo di val padana tra il Piemonte e il Veneto. E con orgoglio, pure.
Per carità, moltissime brave persone, tutte frustrate e intristite peraltro, che è un po’ il motivo per cui poi si resta, senza sbattere la porta dietro di sé. Ma non basta, non può bastare. Perché sono trent’anni che si attribuiscono poteri alle regioni e sono trent’anni che qui la maggioranza vota il peggio, se non si è eletto Ambrosoli, uno dei pochissimi candidati di valore nei decenni, c’è ben poca speranza. E il prossimo giro, azzardo, sarà la Moratti, o se non lei analoga o analogo. In ogni caso, proni a Confindustria, agli esercenti, complici del popolo delle partite iva che non emette fattura, di chi intasca i ristori e poi comunque vota a destra, di chi è perennemente alla ricerca della gabola per non fare il proprio dovere, fisico, etico ed economico, di chi non fa assolutamente nulla per gli altri e per la comunità ma che pretende sempre ogni tipo di aiuto e risarcimento, per poi blaterare contro i vaccini.
Ma non è una lotta tra cattivi e buoni. È peggio. È uno scontro tra maggioranze variabili, di cui facciamo di volta in volta parte tutti. Ho adattato anch’io le norme anticontagio a mio piacimento, riducendo i giorni di isolamento anticipando il tampone, o superando qualche confine che non sarebbe stato lecito superare, ho rotto le balle anch’io sulle cose che mi interessavano facendo finta di non vedere quelle a mio vantaggio, ho approfittato anch’io dell’elasticità e spesso dell’assenza delle sanzioni, lo schifo della faccenda sta, appunto, nel fatto che si sguazza tutti nello stesso recinto e ci si sporca tutti, prima o poi, dando un colpetto di qua e uno di là.
Per carità, un motivo c’è sempre, la burocrazia, i lacci, la lentezza dell’amministrazione, anche solo il sopravvivere, la giustificazione si trova e, comunque, quasi nessuno la chiede mai. È il Berlusconi fuori e dentro di me, entrambi, che mi fanno impazzire. E là fuori è pieno.
Occhei, d’accordo, avete vinto, sarà la stanchezza, sarà la frustrazione. Farò i miei piani per migliorare la situazione e farò le mie cose appena sarà possibile farlo, al momento però sono talmente smarronato che non collaborerò più, almeno finché l’idraulico dell’alta Val Brembana non lo farà. Infantile? Certo. Ci picchiamo? Volentieri.


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ciao ragazzi

Io vi ho seguito un po’ all’inizio, ovviamente con “Around the World”, e poi poco, per riprendere come molti il filo con “Random Access Memories”. Ma sono sempre stato contento che voi ci foste, anche al ritmo di un disco ogni sette anni e con cose che non ascoltavo. Poi dopo quasi trent’anni, magari, è anche ora di fare altro. Giusto.

minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: febbraio, basta conservarlo al freschetto, al 3%, magari esistessero solo fare e non fare

Con il cambio di governo, pare di avvisare qualche minimo cambio di impostazione: forse sarà adottata una politica di chiusure localizzate, zone rosse comunali, e i colori delle regioni, annuncio di ieri, saranno comunicati almeno una settimana prima. Beh, è già qualcosa, l’effetto suspans in certi settori produce perlopiù effetti nefasti e nessuna tensione positiva. Sul fronte delle vaccinazioni, nessuna nuova e nessuna accelerazione, purtroppo. Il brusio di fondo è insopportabile: c’è chi propone di produrre i vaccini in Italia, e qui il profano come me fa l’espressione del «ma sul serio?», in Regione Lombardia cominciano a buttar lì che mancano le dosi e, di conseguenza, non si potrà rispettare il piano previsto di un milione di vaccinazioni ogni ora (vabbè, qui era facile esser profeti), oggi si scopre che il vaccino che andava conservato a ottanta gradi sotto zero si può conservare anche a meno quindici, e qui il profano come me fa la faccia da «ma davvero?», e che il richiamo può tranquillamente essere fatto anche dopo tre settimane, anzi meglio dopo tre mesi, e qui i punti interrogativi sulla testa del profano diventano folti (eufemismo, potrebbero essere bestemmie). Le prenotazioni per gli ottantenni, almeno in Lombardia, hanno avuto alcuni aspetti curiosi – il risponditore automatico: «la invitiamo ad attendere, ci sono decentodiciottomila persone in attesa davanti a lei», e le virgolette non sono a caso – però poi la prenotazione è andata a buon fine, forse. Che poi si traduca in una vaccinazione vera è tutta da dimostrare. Con le storture del caso, il vicino settantenne è stato vaccinato, la dirimpettaia novantenne no. Chissà, in ogni caso i numeri dei vaccinati restano molto bassi. Ora siamo al 3,6% della popolazione alla prima somministrazione, poco più del 2% quella già richiamata, insomma, percentuali da lotteria. In Israele e in Inghilterra, paesi che si sono buttati sulla vaccinazione di massa anche a costo, gli inglesi, di fare solo la prima somministrazione, le cose paiono migliorare rapidamente, con i contagi a picco. Esistono alcuni stati che non contano alcun caso di infezione, dopo le restrizioni: in Nuova Zelanda, per esempio, in cui accettano anche visitatori ma solo dopo aver trascorso quindici giorni, a proprie spese, in un albergo a fianco dell’aeroporto e dopo un tampone finale; in Australia, e le immagini della finale degli Open di ieri con il pubblico, con mascherina ma nemmeno troppo distanziati, mi hanno colpito.

In generale, rilevo in me e attorno a me stanchezza e un po’ di frustrazione. Nessun progetto, nemmeno a breve termine, poche e prive di entusiasmo le proposte di ‘far qualcosa’, spesso limitate a un caffè se la zona è gialla ed è permesso e senza particolare goduria. Che, poi, di che si parla? Sempre di quello. Sono sparite anche le domande, cosa farai?, cosa farete?, dove andrete?, ci vediamo?, sostituite da quelle per sapere se i negozi di vestiti per adulti sono aperti, se settimana prossima saremo rossi o arancioni, per sapere dove fare un tampone rapido o cosa bisogna fare se si è contatto di un contatto di un positivo. Più difficili, se possibile, alcuni aspetti legati alla convivenza collettiva. Per fare un esempio concreto, un mio collega si mette in isolamento fiduciario perché la figlia risulta positiva. Il medico, correttamente, gli prescrive quattordici giorni di isolamento e un tampone alla fine del periodo. Tutto giusto e tutto legale, per carità, ma noi colleghi che abbiamo pranzato con lui tre giorni prima, in zona gialla, tutto in ordine, non sappiamo come comportarci. Glielo facciamo presente, con tatto, spiegandogli che sarebbe molto utile per noi sapere se sia positivo o meno, traducendo eventualmente noi da contatti di contatto a contatti diretti. E, magari, saperlo rapidamente, non dopo due settimane. Lui ci risponde, come molti, che non ci aveva pensato e che sì, magari, adesso vedrà e poi ci farà sapere. Naturalmente poi non accade più niente e a noi non resta che prenderne atto o, semmai se proprio, andarci a fare un tampone a spese e iniziativa nostra. Qualcuno ha sbagliato? Formalmente no. È un labile confine attorno al legale, ciò che è consentito e ciò che non lo è, per lui è stato sufficiente rispettare le norme, per me no, perché mi sarebbe stato utile saperne di più, così da comportarmi socialmente in modo più responsabile. Era lecito andare entro il 21 dicembre alle Maldive, visto che c’erano pure degli sconti pazzeschi? Sì, era permesso. Aveva senso farlo? No, per me no, ma qui siamo nel campo dell’opinabile. Ed è difficile, perché anche le persone più vicine, quelle con cui crediamo di condividere anche i valori fondanti dell’esistenza, si comportano in modo differente, a volte lievemente a volte radicalmente, di fronte a questo tipo di situazioni e questo genera conflitto, fraintendimento, soprattutto là dove i comportamenti sono lasciati al volere o all’interpretazione individuale.
Il che, almeno per quanto riguarda me, lascia ancora un po’ più soli in questo momento, già, di non banale solitudine. Passerà, sì, passerà. Amen.
Ah, e Immuni? Ahah.


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almanacco dei sette giorni, per arborescere (21.07)

✘ Finalmente il voto bulgaro anche da noi. Draghi incassa la fiducia con percentuali assurde sia al Senato che alla Camera e il corredo di commenti è imbarazzante, a dir poco. Uno di Italia Viva ha detto: «Non chiediamo più il Mes, il nostro Mes è lei, presidente Draghi», un’altra di non so cosa: «Presidente Draghi, lei è un drago», tutto il pomeriggio a pensarci, immagino, e uno ancora ha detto: «Presidente, lei è meglio di Totti». La finisco qui, sia perché la Meloni che cita Brecht è troppo per me, sia perché devo andare a recuperare alcune cose importanti che mi sono cadute.

✘ Sembra sia stato ritrovato il corpo di Khaled al Asaad, l’archeologo che nel 2015 fu rapito a Palmira militanti dello Stato Islamico, torturato, decapitato e il suo corpo esposto sulla piazza di Tadmur. Questo per essersi rifiutato di rivelare il nascondiglio delle opere d’arte della città romana, preservandole così per i posteri. Fu un delitto, un insulto alla civiltà oltre alla sua vita, un vero schifo. Quegli anni, da questo punto di vista, sono stati orrendi. Khaled al Asaad è stato un eroe, ed è forse la prima volta che uso qui questo termine, che non spreco mai.

☀ A Firenze c’è un museo, il museo Marino Marini, dedicato allo scultore novecentesco. Il museo è nella chiesa sconsacrata di San Pancrazio e nella chiesa, a sua volta, c’è la cappella Rucellai di Leon Battista Alberti. La cappella Rucellai o cappella del Santo Sepolcro, destinata ad accogliere le spoglie di Giovanni Rucellai, non è una cappella tradizionale quanto più un sepolcro. Bene, essa è ancora consacrata. Di conseguenza, in questi tempi di zone rosse e arancioni, la matrioska costituita da cappella-museo-chiesa funziona, per cui la cappella permette alle cose più grandi di restare aperte. Non conosco Marini, non conosco la chiesa ma la cappella Rucellai è una meraviglia. E, come detto, si può visitare. Certo, bisogna arrivare a Firenze, è quello il difficile.

◾ È uscita la terza versione del Verification Handbook, il manuale curato da Craig Silverman che fornisce “gli strumenti per indagare e verificare account social, per identificare bot e campagne di disinformazione e di manipolazione dei media”. Di solito ai giornalisti ma non è mica detto che un laico non possa interessarsene. Eccolo.

☀ Nel 1978 i Kiss fecero uscire quattro dischi in contemporanea, ognuno di essi era un disco solista di uno dei componenti della band. Questa settimana i cinque membri de Lo Stato sociale stanno facendo la stessa cosa, con cinque dischi. Come allora, più che un’operazione musicale ha un po’ le caratteristiche della performance artistica. Ai Kiss non andò benissimo (euf.), chissà agli statisocialisti.

☀ Se punge curiosità di sapere come si faccia un graffito di strada in 3d, proprio concretamente, l’artista di strada Julian Beever mostra come dipingere un Big Ben tridimensionale, dall’inizio. Il tizio artista di Guerrilla con la barba finta non è male.

✘ A fine Ottocento sul lungomare di Napoli furono costruiti numerosi approdi per i marinai, il più famoso dei quali era il cosiddetto arco borbonico.

Detto ‘o chiavicone’ per la vicinanza alla cloaca cittadina, restava in piedi in condizioni a dir poco precarie, con un piede dell’arco appoggiato per modo di dire. Naturalmente nessuno si è sognato di intervenire.

E così il due gennaio è accaduto l’impensabile: l’arco è crollato.

Molto bene. Ma non solo, tre settimane dopo – per restare a Napoli – è crollata parte della facciata della chiesa di Santa Maria del Rosario alle Pigne (meglio nota come Rosariello), in Piazza Cavour.

Il Ministero che dice? Franceschini? Se invece di occuparsi di ‘Netflix della cultura’, o non solo, se invece di brigare per avere ruoli importanti in futuro si occupasse di ciò che, anche col nuovo governo, è di sua competenza, sarebbe già moltissimo. Pessimo.

✘ In Texas c’è un’ondata di gelo violento – climate change significa questo, per i duri di comprendonio – al punto che si sono rotte le tubature e sono andate in tilt le centrali energetiche. Quindi, niente acqua, niente elettricità, niente riscaldamento e i più spiritosi con gli sci davanti al parlamento. Anche ad avere una casa, e son case texane non tirolesi, la situazione è difficile. Trenta morti, purtroppo.

Se è ancora valida la cosa di Houston-abbiamo-un-problema, ieri sera l’ammartaggio di Perseverance poteva diventare un bel macello, senza energia elettrica. Ma immagino che la NASA un generatore l’abbia.

◾ L’Etna ha eruttato.

ANSA/PARCO NAXOS TAORMINA PRESS OFFICE

In complesso, per fortuna c’è Draghi che, adesso, risolve tutto.


L’indice degli altri almanacchi.

minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: febbraio, sono stato attentissimo, mi senti?, Lui ce l’ha con Noi

Due settimane di blackout sulla questione pandemia. Non io, non il mio minidiario, proprio il paese tutto. Perché c’era la crisi di governo e buonanotte pandemia. Tre giorni fa era persino difficile trovare su un qualsiasi giornale notizie riguardo i colori delle regioni, chissà, o l’andamento delle vaccinazioni. Ora c’è Draghi, forse ricominciamo a occuparci della questione. Bene, tra parentesi, la conferma di Speranza al ministero della Salute, non tanto per lui – che comunque non è stato certo il peggiore – quanto perché così non si perderà tempo a spiegare al nuovo ministro dove sta la scrivania.
Mentre, come tutti, ero in attesa che le cose ripartissero, ho letto alcuni articoli interessanti sugli errori che, comunemente, facciamo in tema di pandemia. Ma io no, mi son detto andando a leggere, figuriamoci, sono attentissimo. Che poi è la stessa cosa che dicono tutti quelli che scoprono di essere positivi. Ma come può essere? Può.
Le persone mentono. Poiché mentono sui pesci pescati, mentono anche sul covid. Mentono sulle trasgressioni alle buone norme anti-contagio e mentono sui propri sintomi, qualora vengano loro richiesti. Stato tra la gente? Ma va’. Tosse? Mai. Febbre? Macché. Se poi lo dice un amico o una persona simpatica, o bella, dev’essere per forza vero. Il fatto che sia permesso non vuol dire che sia sicuro. Beh, ma se il DPCM lo permette, se si può fare, allora lo faccio. Grande fraintendimento. È chiaramente lecito andare al supermercato in ogni scenario ma ciò non significa che sia un ambiente raccomandabile, lo sappiamo in teoria ma in pratica ci comportiamo come se lo fosse. I termoscanner all’entrata, da questo punto di vista, aiutano poco. L’ho già fatto una volta e non è successo niente. Questa, magari, è una giustificazione più implicita, è più raro che venga espressa a parole, di fatto però costituisce un metro dei nostri comportamenti ripetitivi: aver trasgredito e non aver subito conseguenze falsa la nostra condotta generale. Ma siamo all’aria aperta. Certo, ciò non toglie che parlare un’ora con una persona a mezzo metro senza mascherine sia piuttosto rischioso, anche se ogni volta che si incrocia un podista per tre secondi si scuote la testa perché non ha bocca e naso coperti. Mi piace mettere mascherine eleganti o diverse dagli altri. Con la bandiera italiana, magari. Bene, benissimo, magari di stoffa fatte dalla mia sarta così brava con una fantasia floreale stupenda. Ottimo. Oppure una mascherina chirurgica perché la ffp2 tira un sacco le orecchie. Oppure, ed è il meglio, abbassarla quando si parla, al telefono o con l’interlocutore, perché si teme di non essere sentiti. Un anno e ancora la cosa non è chiara.

La confusione regna abbastanza sovrana, sia dentro che fuori di me. Più che altro, fuori, devo dire. Nell’arco di otto ore ho sentito dire da un’amica che ha un’amica che lavora in ospedale che la variante inglese del virus è sicuramente molto infettiva ma decisamente meno grave e da un funzionario della Regione che di variante inglese si muore molto di più. «Ormai serve il lockdown, le zone rosse non bastano per contenere le varianti, andava già fatto a dicembre». «È sotto gli occhi di tutti che la faccenda delle Regioni colorate non ha funzionato». «Il sistema dei colori ha funzionato, ci ha permesso una mitigazione dell’epidemia, regolando la velocità come fosse acqua che scende da un rubinetto». «Chiedere un lockdown generale è una misura barbara, senza razionale scientifico. Le soluzioni sono lockdown mirati, provinciali, localizzati, chirurgici e rapidi». «Il problema non si risolve con le chiusure che servono solo a guadagnare tempo. Si risolve con il vaccino». «Vanno applicate con severità le misure che abbiamo. Un lockdown severo non serve, ma occorrono chiusure chirurgiche». Potrei andare avanti per pagine. Una delle cose che prediligo è quando si parla del virus come se avesse volontà e intenzioni (e con ‘si parla’ intendo un virologo): «Attenti alle varianti. Ma da virologo vi dico: il Covid ha interesse a farci meno male», per dire, sul giornale di oggi. Ed è Giorgio Palù, virologo, presidente dell’agenzia italiana del farmaco Aifa, non Bislazzoni al Bar Sport, che avrebbe ben diritto di personalizzare ’sto rompimaroni di virus. Io, noi, lui, anzi Lui, senza ovviamente dimenticare Loro, che il virus l’hanno creato. Bene.


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