dire e fare

Il ministro dell’Interno Salvini – che continua a dedicarsi a tutto fuorché al suo ruolo – si reca a Gerusalemme, visita il Museo dell’Olocausto e lascia una sentita dedica sul libro degli ospiti.

Traduco per i bisognosi: «Da papà, da uomo, solo dopo da ministro, il mio impegno, il mio cuore, la mia vita xché questo non accada mai più e xché i bimbi, tutti i bimbi, sorridano».
Ora: chiaro che dispiace che il nostro rappresentante in visita non colga l’inopportunità di usare un linguaggio da sms su un registro di quel genere, ovvio, diciamo che dà come minimo da pensare, anche lo stampatello sarebbe stato considerato preoccupante da una qualsiasi delle maestre che ho avuto io, ma quello che a me disturba è che scriva cose (il mio impegno… xché questo non accada mai più) che non corrispondono affatto alle sue azioni. Cioè sono solo parole, vanno e vengono senza alcun senso né, tantomeno, impegno. Non lo riguardano, in sostanza, e il fatto di averle pronunciate non lo vincola affatto. Anzi, potrebbe dire esattamente il contrario domani in altro contesto, se la cosa gli conviene.
Ecco, questo è un pessimo modo di rappresentare un paese e, più importante, di stare al mondo.

dopo sette anni, una ventata di ottimismo

A sette anni dall’ultimo disco, i Cake hanno pubblicato un nuovo singolo, Sinking ship:

Il senso del pezzo è nelle parole di Crea, cantante e compositore principale del gruppo: «It is a critical time for the world, and it is more important than ever to find leaders capable of putting country above self-interest. Real greatness comes from community, cooperation and ethical leadership». Stupefacente come dopo anni il suono sia identico, pare ieri, e l’impegno dei Cake sia ancora vivo.

 

Jean Maria et le brutalisme

Mi capita spesso di correggere qualche refuso qua e là in Wikipedia. Niente di che, cosette, gli altri scrivono io metto qualche piccola correzione alle sviste, serviamo anche noi piccoli aiutanti di Babbo Natale.
A volte, capitano svirgoloni più solenni.

Ma s’è clér que Volonté s’è fransé, n’espa? È la tronca che inganna.
Stavo leggendo, appunto, qualche nota sul brutalismo e sono trasalito, sebbene GMV la Francia l’abbia effettivamente vista passandoci un paio d’anni raccogliendo mele. Jean, benturné.

Ora è a posto. Sono già in quella fase della vita in cui mi tocca correggere i giovinastri, pensavo sarebbe arrivata poi.
[Aggiunta: anche il titolo del film era sbagliato, troppi sopra].

non accettare caramelle da Anna Maria Franzoni

È autunno e, come da alcuni anni per fortuna accade, sono andato al concerto dei Nanowar. Pardon: Nanowar of steel.

(Io sono quello al centro, ben visibile, con la mano aperta).
A Milano, stavolta. Ottimo e abbondante, come sempre, chiaro che il nuovo disco l’ha fatta da padrone: Barbie MILF, Opelatole ecologico, Cthulhu e la mia preferita in assoluto: Uranus. Ma quest’ultima la capisce solo chi padroneggia l’inglese e ha la malizia nel cervello.
Un disco – la cosa non paia avventata – a parer mio fatto per il mercato estero, diciamo europeo: inglese, parecchio, suono abbastanza omogeneo sul power metal, senza le solite piacevoli canzoncine in altro stile e solo con richiami comprensibili per tutti (Bee Gees, per dirne uno), insomma un passo in avanti verso il meritato successo planetario. E ci tengo a dirlo: io il disco l’ho comprato. Non lo faccio nemmeno per Elton John o Britney Spears.
E ola facciamo che io sto lavolando. Glazie, NoS, anche stavolta.