they don’t hear me cry

Due giorni fa è morto Charles Bradley, grandissimo cantante soul cui volevo bene.

Aveva sessantotto anni e, uno potrebbe dire, ci sta. Potrebbe, il fatto è che Bradley era sostanzialmente all’inizio della carriera: infatti, dopo una vita randagia, aveva pubblicato il primo disco a 63 anni, nel 2011. No Time for Dreaming, bellissimo, uno dei dischi che mi piace mettere su quando ho voglia di gran musica.

Qualcuno l’aveva accostato a James Brown, non del tutto correttamente secondo me sebbene fosse uno dei suoi idoli, molti lo chiamavano «l’aquila urlante» («screaming eagle of soul»), per me era molto più vicino a Otis Redding, o Marvin Gaye se proprio.
Nell’estate 2013 ero partito per il Belgio con tutta l’intenzione di sentirlo suonare ma si trattava di un festival e lui suonò alle quattro del pomeriggio, quando io (noi, eravamo in missione) ero ancora per strada. Poi non ce ne fu più occasione ed è, ora, un rimpianto per me.
Restano i suoi tre dischi, un documentario sulla sua storia («Soul of America») e un bel dispiacere, perché oltre a essere davvero bravo era un uomo di un’altra epoca musicale, ricco di sentimenti e di dolore, simpatico quando voleva e sensibile, uno che si faceva carico della sofferenza: I can’t turn my head away / Seeing all these things / The world / Is burning up in flames / And nobody / Wanna take the blame.

Uno dei suoi pezzi che preferisco, The world (is going up in flames), con lui che se ne va in giro in tuta da meccanico su un autobus o un treno, Don’t tell me / How to live my life / When you / Never felt the pain. Che peccato, anche stavolta.
Come si fa a non volergli bene?

dei delitti e delle pene

Io sono sempre stato contrario alla pena di morte, anche nei casi più orribili e tremendi. Perché credo nei Lumi, nella Scienza, nell’Uomo e nell’intelligenza collettiva e dei singoli.
Poi, però, un giorno una delle mie guide spirituali ha detto una cosa che mi ha fatto vedere la questione sotto una prospettiva diversa.

Io sono a favore della pena di morte. Chiunque commetta un crimine orrendo deve ricevere una punizione adeguata.
Cosí la volta dopo impara.
(Britney Spears)

Ci sto ripensando, perché sono pienamente d’accordo con lei.

song of the day: Jen Cloher, ‘Analysis Paralysis’

Di solito, capita che le cose che accadono in Australia restino in Australia. Ma talvolta, per fortuna, no. Com’è successo per Courtney Barnett che è cascata sul mio piatto dei dischi alcuni mesi fa, ora è il turno di Jen Cloher, probabilmente la cantautrice australiana più interessante degli ultimi anni. Che è, anche, la moglie di Barnett, e così il cerchio si chiude.
Cloher quest’anno ha pubblicato il suo quarto disco di una decennale carriera ed è, vediamo… come dirlo?, bellissimo. L’ho comprato ieri e devo dire che l’ascolto è continuo, in particolare della seconda canzone, Analysis Paralysis: Paralysed / I’m paralysed / In paradise / While the Hansonites / Take a plebiscite / To decide / If I can have a wife. Un po’ alla Liz Phair senza gli eccessi ma con la testa, chitarra ritmica, basso, batteria e una chitarra a seguire, il disco è davvero notevole. Ecco qua, una bella tirata da oltre sette minuti:

Tra i musicisti del disco c’è anche il mio amico Kurt il Vile, che è in tour con Barnett per l’uscita del loro disco comune. Insomma, una famiglia allargata che mi dà grandissime soddisfazioni: grazie a loro. Infine, Cloher per una decina di giorni è ancora a tiro in Europa, il che di certo meriterebbe, eccome.

song of the day: Kesha, ‘Woman’

Tornata dal lungo purgatorio legale cui l’ha costretta la denuncia del suo produttore, Kesha – senza più la volgare ‘$’ dei dollari – ha pubblicato un disco interessante, nel suo genere. Che non è il mio, ma c’è un pezzo, Woman, che è decisamente potenziato dalla presenza della sezione fiati e di Saundra Williams dei Dap-Kings, l’indimenticabile e insostituibile band di Sharon Jones.

Il ritmo soul funky è dovuto a loro ed è il fattore decisivo nel pezzo: non è l’unico caso, basterebbe ricordare Rehab di Amy Winehouse che deve parecchio proprio a loro, i Dap-Kings appunto, al completo.
I buy my own things, I pay my own bills / These diamond rings, my automobiles / Everything I got, I bought it / Boys can’t buy my love: la rivendicazione non è delle più fini ma è comprensibile, dopo il processo. Buon pezzo, divertente a 1:13 quando scoppia a ridere, si fa ben ascoltare a parer mio e di qualche milione di persone, almeno quindici, là fuori.

pecunia non puzzat

E nel 1985 l’American Express, come è ovvio e come ahinoi ci si deve aspettare a questo mondo, non storse il naso di fronte ai milioni di milioni di dollari di Pablo Escobar e gli fece una bella carta di credito per le esigenze spicciole.

Anzi, in quel periodo l’America il naso lo teneva bello dritto, pronto a pippare i milioni di tonnellate di coca in arrivo dalla Colombia. Anni belli, e che bei ricordi con Reagan e Thatcher e DJ Television, proprio.
[L’immagine è vera, tratta da Juan Pablo Escobar, Pablo Escobar. Il padrone del male].

il bravo candidato

Unico a sopravvivere tra gli otto candidati del M5S, ridicoli e farlocchi (una alla voce ‘competenze professionali’ del curriculum online ha scritto: NADIA NADIA NADIA NADIA – che è il suo nome, sì – e un altro si qualifica come ‘vegano contro il signoraggio)’, Di Maio fa fin da subito la cosa giusta: bacio deferente all’ampolla con il sangue di San Gennaro.

Un colpo al vescovo e un colpo all’ampolla in favore di fotografo. Da adesso ci si diverte, immagino.

Aggiornamento: la migliore, in tema, come spesso accade è di Spinoza:

Di Maio bacia la teca di San Gennaro. Ma rimane Di Maio.